19 December 2014
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L’Alcatraz, Elisa e una Canon G7X

Posted on 15 dicembre 2014 by in Lombardia, MetalFood, Milano, Regali Eventi

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Attenzione! Oggi torno all’arrembaggio in modo improvviso e inaspettato rispolverando uno dei temi che più preferisco ma finora poco approfondito: “Dove mangio quando vado ai concerti?”.
Signore e signori, torna il post del “Metal Food”, una piccola guida ridanciana per non farvi morire di fame mentre andate ad ascoltare i vostri beniamini.

Dopo Assago è giunto il momento dell’Alcatraz, dove recentemente ho visto il concerto di Elisa – e dico “visto” perché è stato il senso protagonista della mia serata.

E qui parte un’ulteriore premessa.
Quest’estate è accaduta una tragedia: la mia decennale compagna di mille concerti, viaggi e lieti eventi è stata travolta dall’acqua delle cascate del Niagara e ci è rimasta male. Sì, l’adorata macchina fotografica Canon S5IS ha pensato bene di dirmi un “Ma tu sei pazza a portarmi pure qua” non accendendosi più. Eh, c’aveva pure ragione, sebbene avessi fatto di tutto per proteggerla.
La mestizia è stata spazzata via dalla provvidenziale chiamata di Canon, che mi ha arruolata per provare la G7X. Visto che al tempo che fu mi ero molto interessata a uno dei suoi avi – la G10 – è giusto parlare di “destino”.
Forse mi conoscete solo come una divoratrice di tavole imbandite e leccornie ma dietro questo cuore di burro si nasconde una feroce appassionata di arte, comprese la musica e la fotografia. Se la prima è stata la mia professione (in un passato quasi remoto) e continua a essere la forza motrice delle mie giornate, la seconda è radicata dall’infanzia grazie a parenti estremamente devoti a macchine e rullini, impegnati a catturare le loro interpretazioni di città e luoghi lontani.

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Non sarò un’esperta, non sarò la nuova McCurry e non credo di possedere la capacità di notare una composizione perfetta ma, in modo altrettanto certo, per me fotografare ha un significato che si esprime pienamente nei concerti.
Mi piace fissare in modo pienamente definito l’espressione di quello che ritengo un mito che sta lassù, sul palco, quasi divino e irraggiungibile.
Mi piace riuscire ad avvicinarmi a questi personaggi come se fossi lì, di fianco a loro, e potessi toccarli.
Mi piace tenere un ricordo sensibile e chiaro del momento e dell’occasione, che ho sempre l’impressione di correre troppo e non riuscire a ricordare i dettagli.
Mi piace quasi quanto adoro mangiaree ho detto tutto!

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Quindi, tornando ai nostri problemi di stampo alimentare, mi lancio nella disanima di tutto ciò che si trova nei dintorni dell’Alcatraz per aiutarvi a sopravvivere:
- Vulkania
Pizzeria che si distingue per un’anima partenopea e, tra le proposte, le pizze ovali cotte e presentate su pietra. Io ne ricordo vivamente una con capperi, acciughe, olive e mozzarella: squisita, ma per tutto il concerto ho patito una sete che manco il deserto. Orientatevi su qualcosa di più fresco e tenetelo in considerazione: a mio parere è la soluzione migliore (sempre che vogliate mangiare alle 19);
- Mexicali
Mettete che avete solo mezz’ora e mangereste l’universo: questo posto fa per voi, col suo buffet mexican-italian style. La qualità non è il punto di forza, ma nemmeno lo svenire in prima fila;
- Baretto dell’Alcatraz
Ok, parliamoci chiaro: questo è solo per i casi di estrema emergenza. Provvede panini e focacce varie dal costo alto e dalla soddisfazione bassa. Se siete arrivati in ritardo e non potete fare altro, sgominate la folla e tentate
- McDonald dietro l’angolo
Io questo ve lo segnalo soprattutto per procacciare una bottiglia d’acqua dopo il concerto, quando avrete la bocca secca dal troppo cantare/gridare e non potrete tornare a casa senza rimediare.

Tu con cosa ti sei nutrita?, chiederete voi.
Ecco, miracolosamente per una volta sono riuscita a mangiare prima di avviarmi all’Alcatraz: tramezzini, panini, croissant salati, quiche e bigné hanno fatto la mia felicità e fornito il sostentamento necessario.

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Detto questo, parliamo di Elisa.
Io l’avevo vista nel lontano 2007 in piazza a Faenza durante il suo tour acustico: un’esperienza che mi aveva lasciato la voglia di sperimentare la sua leggendaria energia.
Appunto, all’Alcatraz non si è risparmiata: la sua potenza vocale, la sua precisione, il saper chiacchierare con il pubblico e coinvolgerlo in ogni canzone, il ballare e correre su e giù per il palco rivelano un’artista rara e sensibile, una performer perfetta e una persona adorabile realmente contenta di trovarsi lì, in quel posto, con quelle persone.
La scaletta è stata lunga e corposa, ricca di successi recenti e classici, ed è quasi stupefacente rendersi conto di conoscere ogni canzone a memoria.

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Catturare tutta questa vitalità nelle fotografie non è stato semplice – anche per la distanza dal palco – ma la G7X ha delle qualità sorprendenti (soprattutto per me che ero rimasta a macchine di 10 anni fa!): lo scatto al tocco dello schermo, il rapido scorrimento delle foto, la connessione immediata col cellulare per il download – ho scaricato subito una fotografia e l’ho caricata su Instagram in poco tempo.
La gestione dei campi e degli spazi è facile e interessante: lo sfocato sottolinea il senso dell’immagine.

Possiede le impostazioni manuali: è quindi perfetta sia per imparare sia per utilizzarla secondo preferenze e stile. Per non parlare di comodità e leggerezza: è uno strumento piccino ma solido, fatto da ottimi materiali, che trasmette sicurezza e professionalità.
Evoluzioni rivoluzionarie, altro che scatto tristissimo col cellulare: l’esser maneggevole permette di portarla in borsa senza perdere una spalla o la schiena, ed è così minuta che non darà troppo fastidio a coloro che sono dietro di voi ai concerti – a meno che non siate alti quanto me, e in questo caso non c’è rimedio.
Qua vedete una selezione di miei scatti: sarebbero molti di più, ma credo siano rappresentativi di ciò che intendo per fotografare la musica: nitidezza, ricordi, emozione.

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Sono pronta per molte altre avventure, e non vedo l’ora di sperimentare my new baby anche a tavola: credo che sui macro mi darà tanta soddisfazione.

p.s. un grande grazie a Canon e alle mie tre compagne di avventura, Camilla, Valentina e Francesca: oltre a condividere la Canon G7X abbiamo mostrato una egual resistenza fisica ai concerti, ed è stato meraviglioso.

Il cioccolato di T’a Milano (Milano)

Posted on 3 dicembre 2014 by in Dolci, Lombardia, Milano

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L’associazione è semplice: inverno > freddo > coccole > cioccolato.

Chi ha qualcosa da ridire non merita la mia comprensione.
Non parlo di grandi abbuffate consolatorie né di scatti funesti di fame, bensì di quel piccolo piacere che ci si deve concedere quando, tornati a casa travolti dalla pioggia e dal vento, ci si lascia alle spalle una giornata.

Qualche settimana fa ho scoperto T’a Milano, un meraviglioso locale nel centro di Milano dove l’ambiente risulta sofisticato e accogliente, merito di poltrone e divani scuri, grandi lampade dalle luci soffuse e un design curato, il posto perfetto per un drink preparato ad arte e discorsi interessanti.

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Ve ne svelerò due segreti.
Il primo è che nei suoi sotterranei c’era il caveau di una banca, le cui massicce porte e arcate sono ancora rimaste.
Il secondo riguarda proprio il cioccolato, passione dei due fratelli Alemagna diventata T’a Sentimento Italiano, golosa collezione dalle sofisticate proposte: un trionfo di tartufi e praline, quadratini e cubetti, bocconcini di zenzero affogati nel fondente, spicchi di arancia per metà intinti, e ancora frutta secca perfettamente incastonata nel cioccolato al latte, tavolette alla frutta, pregiati cacao grand cru.

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Il palato accoglie il bocconcino che soave si scioglie, lasciando andare gli aromi e con essi i nervi del gustatore. È una piccola magia coadiuvata dagli involucri colorati e chic, su cui spicca un bel carattere svolazzante.
Tenerne una confezione a portata di mano può essere la soluzione a molte giornate strane, un premio per un successo, un tocco di carica.

Il mio preferito? Cioccolato e zenzero, che pizzica appena sulla lingua e soddisfa chi, come me, non cerca tanto la dolcezza quanto la sorpresa.

E poi, diciamolo, un’ottima soluzione per i regalini di Natale (ma che questo rimanga tra noi, come terzo piccolo segreto).

Dove
T’a Milano
Via Clerici 1, 20121 Milano
Tel: 02.8738.6130

L’aringa con puré e lingonberry di Bjork (Milano)

Posted on 28 novembre 2014 by in Etnicità diffusa, Lombardia, Milano, Secondi Piatti

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E’ stata la nostalgia per i mari del Nord a condurmi da Bjork, ristorante scandinavo a Milano: oltre a essere il teatro di una cena con amiche dominata dal chiacchiericcio ero curiosa di sperimentarne la cucina e rigustare specialità sentite mesi fa in quel di Stoccolma e Copenhagen.
Sebbene si presenti come svedese è innegabile la presenza di piatti d’origine più danese, come gli smorrebrod, che consentono al menù di variare e accontentare molte più preferenze.

Appena entrati ci si trova nell’area bistrot caratterizzata da una costruzione ordinata di tavolini e sedie; al centro, il banco-frigo con esposti perfette tartine e gastronomie da gustare in tranquillità con una buona birra.
E’ in fondo che si trova la nuova parte ristorante, con una cucina a vista centrale attorno a cui si snodano i banconi e i relativi sgabelli. Perfetto per le cene in due o tre, forse più scomodo se siete di più (in questo caso chiedete di riservare un tavolo).

Ci viene servito pane e burro salato accompagnato da una piccola spatola di legno, un tipico modo per passar l’attesa, e studiamo le proposte.
Sebbene le zuppe fossero molto golose e invernali non ho saputo cedere al fascino dell’aringa che, si sa, è un cavallo di battaglia della Svezia. Viene accompagnata da puré di patate e un adorabile vasetto di mirtilli rossi, presentata con pochi orpelli e molta eleganza: il trancio di pesce spiccava sul piatto bianco in tutta la sua perfetta cottura, con una delicata crosticina esterna e una lieve spolverata di foglioline.

Che sia un pesce pieno di spine è cosa risaputa quindi non stupitevi se vi troverete ad armeggiare parecchio con coltello e forchetta – se non siete combattivi scegliete il salmone. Provo il primo boccone intingendolo nei mirtilli e mi trovo ad apprezzare un delicato ma equilibrato contrasto tra dolce e salato, frutta e pesce, raro da trovare a tavola.

Mi sono immaginata i nostri amici reali di Svezia intenti a mangiare aringa a colazione, pranzo e cena, e commentare con approvazione questo piatto: la cottura era perfetta, così come la sapidità; il puré di patate risultava omogeneo e vellutato, accompagnamento fedele e non eccessivo del protagonista.

Guardandosi attorno pareva di trovarsi in un posto lontano, con un’atmosfera tranquilla e arredamento minimal e, perciò, scelto con estrema cura. Solo le cortesi spiegazioni del personale – e un sano schnapps finale – hanno riportato alla realtà.
Secondo me dopo vorrete andare all’IKEA e comprare un paio di Billy, sentendovi ormai integrati nella loro cultura. Non sarebbe riprovevole.

DOVE
Bjork Swedish Brasserie
Via Panfilo Castaldi
Milano

Alla riscoperta dell’aperitivo con Campari

Posted on 21 novembre 2014 by in In alto i calici, Lombardia, Milano

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Io lo dico: l’aperitivo inteso come “il momento in cui bere qualcosa di media qualità e riempire sedici piattini di pizzette e pasta freddaha veramente stancato.
Lo concedo solo agli studenti squattrinati (dato che lo sono stata) e a chi non ha alcuna intenzione di arrivare alla cena (anche se “apericena” è uno dei termini più orribili che un goloso possa sentire).

Lunghi buffet imbanditi di nachos e olive all’ascolana, spostatevi per far largo agli Aperitivi con la A maiuscola, il cui scopo è stimolare l’appetito e preparare al vero pasto.
Lasciamo perdere anche i beveroni annacquati e riscopriamo drink equilibrati, sopraffini e studiati.

Campari è scesa in campo in loro difesa: fino alla fine di Dicembre porterà l’aperitivo direttamente alle tavole di 12 ottimi ristoranti milanesi restaurando la sua vera funzione di Welcome Drink, proporzionato e ideato per lo scopo.
Il benvenuto va dato anche alle fauci, che quindi si possono avvalere di Amuse Bouche combinati ad arte.

Sono stata invitata a provare le proposte di Turbigo, ristorante che si affaccia sul Naviglio Grande con un’aria da casa di design, accogliente e perfetta per le chiacchiere.

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Il menù ha previsto un risotto carciofi e menta, deliziosi filetti di orata cotta al vapore usando acqua di mare e accompagnati da patate e erbette, e una sorprendente panna cotta al the nero (che riproduceva il british tea delle 5 o’clock), ma proprio il piattino di benvenuto ha aperto la cena in modo memorabile.

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I bon bon di calamari al nero di seppia e limone abbinati a una spuma di ricotta di bufala hanno attirato subito la mia curiosità per il loro aspetto originale, simile ai dolci truffle.
Croccanti in superficie, rivelavano una consistenza cedevole e un sapore intenso, reso ancor più tondo dalla dolcezza della ricotta.
Li ho divorati con grande compiacimento e stupore, riconoscendogli il ruolo di apripista.
In abbinamento, un bicchierino di B.Toro, cocktail con Punt e Mes Carpano, Campari e un tocco di Centerbe, che sa far scivolare via una giornata intensa e preparare al meglio.

Ridiamo a Milano, capitale italiana dell’aperitivo (ape per gli amici più o meno regali), ciò che le spetta.
Meno happy hours del devasto, più sorsi di qualità.
Meno “place to be“, più “drink e relax“.
Meno “aperitivo analcolico alla frutta“, molto più “riscoperta della bevanda ricercata“.

Di sicuro quella del Turbigo è stata una cena squisita e, come avrete capito, la loro combinazione di entrata mi è molto piaciuta ma se volete conoscere tutti gli altri ristoranti coinvolti nella rivalutazione del vero aperitivo consultate WelcomeDrink.

Ah, per vostra informazione: i bon bon di Turbigo torneranno anche in carta. Qui si gioisce molto. Ancor più.

Il galletto Tandoori della Polleria Milano 2.0

Posted on 22 ottobre 2014 by in Lombardia, Milano, Secondi Piatti

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Mi piace quando scopro dei posticini nuovi, mi prometto di andarci e non mi deludono.
Adoro la sensazione di aver appena trovato un porto sicuro, dove l’ambiente mi fa sentire a mio agio e i nervi si distendono in pochi minuti.
Mi entusiasmo quando ciò che ordino mi sorprendente o supera le aspettative.
Se poi tutto questo è pure vicino a casa, la formula è perfetta: abbiamo una nuova infatuazione formato food.

In Porta Romana ha riaperto quella che una volta era una storica polleria, situata in via Crema da decenni: ora si è trasformata e, sì, prepara sempre pollo ma l’aggiunta di tavolini ha permesso di trasformarla in un ristorantino semplice e tranquillo, dove ci si può tanto fermare per la cena quanto accomodarsi un attimo in attesa dell’ordine (dato che l’asporto va fortissimo).
È la Polleria Milano 2.0.

Il menù è un trionfo di pollame, preparato in modi classici o originali fino ad arrivare ai panini.

Mi lancio verso un Valle Spluga alla Tandoori accompagnato da riso rosso.
L’attesa è un po’ lunga ma ben ripagata: un piatto con un galletto tagliato a metà mi aspetta avvolto da un delicato profumo di spezie orientali, saggiamente cosparse sulla superficie e lasciate penetrare nella carne cotta sottovuoto a bassa temperatura.
È questo uno dei segreti della sua bontà, della sua consistenza succosa, che manco sembra di mangiare pollo dal gran che è sapido e morbido. Chi sa nobilitare i propri ingredienti in questo modo ha tutto il mio rispetto.
Maionese, senape, ketchup e salsa di soia sono a piena disposizione per condire e arricchire ma non fatevi prendere la mano e gustate il galletto con tutti gli aromi indiani. Un’altra versione interessante? Quella ai sapori giapponesi.

Il prezzo è stato più che giusto e contenuto, aggiungendo anche la cortesia del gestore che si è ben informato sulla soddisfazione di noi commensali (grazie Virgi per avermi seguita in questo esperimento).

Da segnare e tornare più volte.
Già mi immagino quest’inverno, quando mi ci recherò dopo le lunghe giornate lavorative e cercherò così un po’ di consolazione. Non mi andrà affatto male, direi.

Dove
Polleria Milano 2.0
Via Crema 16
Milano
Tel. 02 3296 1811

Il Brielle di Melt Kraft (Philadelphia)

Posted on 7 ottobre 2014 by in Gluten free, La sagra del carboidrato, Lombardia, Milano, Philadelphia, Piatti unici

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Grazie ai consigli di Giulia, a Philadelphia avevo le idee chiare: dovevo assaggiare la Philly Cheesesteak e visitare il Reading Terminal Market.

Missione compiuta in entrambi i casi, con enorme gusto: grande è stato l’entusiasmo nello scoprire che l’hotel (un bellissimo Hilton Apartments) era proprio di fronte a questo storico mercato dove si può trovare letteralmente di tutto, dalle specialità americane alla cucina amish.
Sebbene molto frequentato da turisti troverete tante persone di Philly che vi passano il pranzo (la cena meno, visto che chiude alle 20) e vi guarderanno divertiti mentre osservate con occhi spalancati le vetrine e le montagne di carne, pesce, dolci, frutta, verdura e specialità già pronte per l’assaggio.

Io e le mie compagne di viaggio ci siamo fatte attirare da Melt Kraft, un negozietto specializzato in formaggi e – udite udite! – in sandwich dai nomi bizzarri ripieni di ogni tipo di prodotto caseario!

Io mi sono lasciata conquistare dal “Brielle“, un abbondante tramezzino che ho visto preparare sul momento con tanto di quel brie da intasarmi le vene istantaneamente: un simpatico ragazzo ha prima abbrustolito il pane, poi aggiunto il formaggio è chiuso tutto sotto una cupola incandescente. Pochi secondi ed era pronto, giusto il tempo di aggiungere le chips homemade.
Pane, formaggio e basta? Macchè: c’erano anche cranberry chutney, cipolle caramellate e pinoli!
Se sapete quanto ami il contrasto dolce/salato potete immaginare i miei brividi di gioia.

Quant’è bello mangiare qualcosa che fila, e tendere il formaggio all’infiniiito finché non si spezza rimbalzandoti sul mento e combinando un disastro? Grande eleganza, lo so, ma straordinario!
Non parliamo poi della croccantezza del pane, quel modo adorabile di resistere ai denti per poi distruggersi in mille pezzettini, e affondare ancor più le fauci nella mollica.

Melt Kraft è il paradiso di tutti coloro che amano il formaggio, e non si trova solo a Philadelphia: cercatelo anche a Brooklyn.

P.s. hanno anche il pane gluten-free!

Dove
Melt Kraft @ Reading Terminal Market
51 N 12St
Philadelphia

Il kebab gastronomico di Mariù (Milano)

Posted on 25 settembre 2014 by in La sagra del carboidrato, Lombardia, Milano, Piatti unici

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Quando mi sono trasferita nel quartiere Porta Romana, a Milano, l’ho subito apprezzato per quell’aria da quartierino con le botteghe e pochi supermercati, il mercato del Venerdì e l’atmosfera tranquilla. L’unica pecca era la mancanza di bar, ristoranti, posticini in cui  rifugiarsi.
Negli ultimi anni questa tendenza è stata ribaltata, e ogni mese un locale abbandonato viene trasformato in una tentazione. L’ultima è Mariù, Kebabberia Gastronomica.

Non ricordo cosa ci fosse prima ma ora è impossibile non notarla: due ampie vetrine rivelano un ambiente curato dove il giallo, il bianco e stampe retrò dominano, arredato da tavoli, panche e sgabelli di legno. E’ vivace, allegro e lontano dalla classica rosticceria araba (che io comunque non disprezzo, sia chiaro).

Se per voi il kebab è il cibo con cui fermare la fame delle due di notte, la soluzione per le cene squattrinate dei tempi dell’università o l’incarnazione (letterale) della sugna-che-più-non-si-può, Mariù soddisferà i vostri bisogni e vi farà nobilitare questa specialità dalle origini lontane.

Prima di ordinare al bancone e studiate accuratamente il menù: la peculiarità di Mariù è quella di offrire un kebab all’italiana con una vasta scelta di ingredienti di alta qualità, dal tipo di pane alla carne, dalle verdure alle salse. La lista è lunga e particolare: tra tutti cito la puccia salentina, il vitel tonné, il lardo, la crema di carciofi, le mostarde, il pecorino.
Dicevo, la carne: di pollo o vitello, non viene tritata ma infilata negli spiedi a pezzi interi, condita con sale, pepe, rosmarino e salvia, arrostita, tagliata e servita.
Certo, potete anche scegliere il kebab normale ma perché non avventurarsi in quello gastronomico e comporre la vostra ricetta? Se siete indecisi di natura trovate delle liste di possibilità incorniciate sulla colonna centrale.

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Io ho assaggiato quello con piadina, vitello, salsa yogurt, cipolla rossa, carote e crema di stracchino: anche se è vero che avrei preferito una maggior presenza delle salse e una minore della cipolla, l’esperienza è stata positiva (e visto che c’ho un master in kebab, acquisito con onore sul campo, mi ritengo quasi autorevole).

Insomma, qua a Milano non si smette mai di essere originali, anche e soprattutto sul cibo.
E ora avete un altro posto da aggiungere ai “must try”.

Dove
Mariù – Kebabberia Gastronomica
Via Sabotino 9
Milano
Tel. 0258433013

Le uova sulla ghisa della Drogheria Milanese (Milano)

Posted on 23 luglio 2014 by in Lombardia, Milano, Piatti unici

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A Milano si corre, e non è una leggenda metropolitana: rispetto a molte altre città i ritmi sono accelerati, due secondi fanno la differenza e se osi fermarti sulla sinistra delle scale mobili sarai linciato.

Pare quindi naturale che la ricerca di un posto in cui fermarsi sia attenta, necessaria, interminabile: in ogni zona si devono trovare dei punti di riferimento in cui rifugiarsi e, ovviamente, rifocillarsi – che le vie del relax passano tutte per la dispensa!

Perché la Drogheria Milanese mi è piaciuta particolarmente?
Sicuramente per l’ambiente, incrocio di un bistrot parigino, un diner americano e un ristorantino italiano: non si può rimanere indifferenti di fronte al lungo bancone, al tavolo di legno con le panche, alle piastrelle verdi, alle réclame anni 60, ai tavolini appartati tra le scansie di pomodoro in bottiglia.

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In secondo luogo, per la velocità: il servizio è rapido quindi avere poco tempo non è un deterrente, anzi.

Terzo, il menù: una metà è composto da piatti veri e propri – come le linguine all’astice e il risotto al pomodoro e stracciatella – mentre l’altra comprende piatti “a mezza porzione” che permettono di assaggiare più specialità. Infine, ci sono formaggi, salumi (ma di entrambi non consiglio le formule degustazione, mestissime nel rapporto quantità-prezzo) e le uova in ghisa di Paolo Parisi: semplici e gustose, nella versione con “pancetta di maiale pesante” sono la mia scelta preferita.

Su questo padellino di ghisa rovente viene disposta la pancetta leggermente abbrustolita e, subito dopo, adagiato un uovo crudo che si cuoce all’occhio di bue, giungendo al tavolo sfrigolante e col rosso parzialmente liquido, una spolverata di pepe e un pizzico di sale.
Non occorrono grandi orpelli o impiattamenti, cucine macrobiotiche o sperimentali per produrre soddisfazione e svegliare il palato: la semplicità è un’amica vincente.

Troverete numerose occasioni in cui potrete andare alla Drogheria. E nel caso in cui mancassero, createle.

Dove
Drogheria Milanese
Via Conca del Naviglio 7
Milano
Tel.  0258114843

La pancetta teriyaki de El Carnicero (Milano)

Posted on 21 luglio 2014 by in Lombardia, Milano, Secondi Piatti

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A volte il modo migliore per scovare nuove delizie è il passeggiare con un’amica per strade non famigliari, e basta poco per rimaner incuriositi e organizzare una cena.

Questa volta il mio “poco” era il menù appeso fuori da El Carnicero, su cui trionfava un “Panceta Teriyaki” – con una T, che siamo in Argentina. Potevo forse io resistere? Impossibile, soprattutto dopo aver letto la descrizione: “pancetta di maiale caramellata al teriyaki, con patate americane fritte“.
Tempo sei secondi ed era già scattata la chat collettiva su Whatsapp, decisa la data e prenotato un tavolo: certo non potevamo sapere che la sorpresa non sarebbe stata solo nel cibo ma anche nel ristorante stesso.

Dall’esterno non si può vedere quanto sia bello e particolare, ricco di dettagli negli arredamenti e nella sua struttura, pieno di un genuino fascino che vi farà sentire davvero a Buenos Aires.
Dall’anticamera degli ingresso ci si trova subito nella Sala Cocinam, dalle piastrelle bianche e nere, il bancone-bar e la cucina a vista, poi tre ambienti – il Salon Principal, El Patio e la Sala del Dueno -, tutti contraddistinti da un diverso stile.
Il nostro tavolo era ne El Patio, una stanza centrale con un soffitto di vetro e ferro battuto, lampade appese, poster folkoristici appesi alle pareti e nicchie con statue votive: era come trovarsi in una veranda di una città lontana, a sorseggiare vino argentino (di cui la carta è ricca) e assaggiare piatti tipici.

La pancetta teriyaki è andata al di là delle mie aspettative: la immaginavo diversa, ed era meglio.
Di sicuro si tratta di un piatto tosto adatto a chi ama i sapori forti e non si spaventa di fronte al buon porcello (io faccio parte di entrambe le categorie, ovviamente) che regala immensa gioia.
I pezzi di pancetta erano rosolati nella giapponese salsa teriyaki fino ad assorbirla e creare un delizioso rivestimento, utile per conferire più consistenza alla carne e renderla ancor più deliziosa.

Al primo boccone ho sorriso, al secondo ho sentito i nervi tesi lasciarsi andare, poi ho provato una patatina: croccante, dolciastra, fritta ma asciutta, leggermente salata in superficie, perfetta come intervallo. Poi ho proseguito il veemente attacco, gustando con aria beata il mio piatto, con quella bella certezza di aver scoperto un altro feticcio gastronomico di cui non potrò più fare a meno.

Ho assaggiato anche il controfiletto, il filetto con asparagi e melanzane, le salsicce, il chorizo e le verdure cotte al forno, trovando tutto squisito (e vi assicuro che non sono uscita rotolando!): tutto squisito, ma il mio cuore ormai era stato conquistato dalla pancetta, a cui tesserò ancora molte lodi.

Infine, immancabile l’alberello con tutti i lecca-lecca al dulce de leche e la base composta da quadratini di mou: metterne uno in borsa e ritrovarlo il giorno dopo mi ha regalato un altro sorriso.

Una serata perfetta e un nuovo posto del cuore: poteva andarmi meglio? Non credo.

Dove
El Carnicero
Via Spartaco 31
Milano
Tel. 02 54019816

Il Modì di Supreme Burgers (Milano)

Posted on 10 luglio 2014 by in Gluten free, La sagra del carboidrato, Lombardia, Milano, The Royal Challenge

Burger

Perché gli hamburger mi piacciono così tanto?
Vediamo: sarà per la loro natura versatile che lascia spazio a interpretazioni? Sarà per l’informalità (che mangiare uno con forchetta e coltello non si può, dai) o perché non possono mentire (se le materie prime non sono buone si sente subito)?
Non impegna: lusinga.
Non stanca: soddisfa.

Quindi proseguo a cercarne in quel di Milano, con la stessa tenacia di un cane da tartufo o di una shopaholic durante i saldi: inarrestabile.

Recentemente mi sono precipitata da Supreme, The Finest Burger Experience (nome che è tutto un programma e una promessa), altra esaltazione dell’hamburger gourmet di recente apertura.

L’approccio è da ristorante, più che da paninoteca: si distingue per un ambiente carino e sofisticato dove i tavoli fanno da contraltare alle cucina a vista e a un lungo bancone con tanti sgabelli. Io mi sono piazzata proprio davanti ai cuochi, affaccendati e marzialmente organizzati nella veloce composizione degli ordini.

Non sorprendetevi se insieme al menù vi porteranno un pennarello: vi sarà essenziale per compilarlo ed esprimere tutte le vostre preferenze.
Il foglio si divide principalmente in due sezioni: gli hamburger artistici già composti e la lista di ingredienti (pane, salse, contorni) da scegliere in autonomia.

Io mi slancio verso un Modì, trionfalmente composto da carne di angus, bacon, spinaci, formai de mut e ketchup. Lo scelgo con pane senza glutine cosparso di semi di sesamo (attenzione però: questo posto non è adatto per celiaci visto che il pane gluten-free viene scaldato sulla stessa piastra di quello “normale” e non vengono usati strumenti apposta) e con le patatine Supreme Special Sticks.

L’attesa sarà ingannata da una piccola e gradita entrée, che confermerà la volontà di elevarsi.

Bene, dunque, dicevamo.
L’hamburger, sormontato da un pomodoro ciliegino, è decisamente buono, con la carne squisita. Avrebbero potuto aumentare la quantità di formaggio visto che, a un certo punto, ho pure pensato non fosse per nulla presente nel panino. Si era perso, probabilmente.
Non si distrugge al terzo morso e il pane assorbe succhi e salse, e non vi troverete unti fino alle ginocchia. Gioia per gli occhi, trionferà anche nel vostro palato e vi conquisterà con la sua essenzialità e originalità.

Le patatine non mi hanno convinta, troppo sottili per essere prese con le mani o con la forchetta e impossibili da pucciare nelle salse fatte in casa.
Per rimediare ho assaggiato anche le chips di patate viola, che hanno trovato tutto il mio appoggio.

Per accennare un’annosa questione, il prezzo è medio-alto (il mio hamburger è costato 16 euro, avendo richiesto più carne). Ne vale la pena? Certo, direi, ma preferibilmente per situazioni distinte e speciali in cui si vuole puntare alla qualità.

Ah, per inciso: me ne sarei mangiato un altro senza problemi.

Dove
Supreme Burgers
Via Orti 16
Milano
Tel. 0236699789