2 April 2015
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Il Manna (Milano)

Posted on 30 marzo 2015 by in Antipasti, Lombardia, Milano

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Lo ammetto: sono andata da Manna con le idee chiare. Ho fatto finta di leggere il menù e di essere indecisa su cosa scegliere, divertita dai nomi ironici dei piatti, mentre il giorno prima avevo sbirciato la carta online e pienamente deciso ogni portata.

Con un’acquolina totale e un appetito incipiente mi sono lanciata sull’antipasto, recitandone il titolo per esteso e con una certa convinzione – “In bianco e nero. E viola” – mentre probabilmente bastava dire “la patata“. Vabbé, io ci tenevo a.

Il perché di tanta mia bramosia (leggasi: stavo per saltellare) è facile da capire: una patata viola viene cotta al cartoccio e tagliata a tocchetti; questi vengono adagiati su un lascivo letto di fonduta di toma della rocca che custodisce niente meno che tartufo nero. Se non state facendo la ola è perché non c’avete lo stomaco al posto del cuore, come me (che immagine pulp), che mi sono gustata ogni forchettata e cucchiaiata sentendo crescere la gioia. Se cercate un piatto con cui risvegliare tutti i sensi dopo una lunga settimana, questo può fare al caso vostro.

Il Manna è uno di quei ristoranti in cui la qualità e la sostanza vanno a braccetto, dove non si vuole stupire per forza (anche se i fake thai noodle con il brodo versato da una moka è un bel colpo di scena) e i piatti sono espressione della precisa personalità dello chef, con cui scambiare due sincere chiacchiere e confrontarsi.

Ecco, per fortuna/purtroppo il menù cambia a ciclo continuo: da una parte è un’occasione per tornare e provare le nuove creazioni, dall’altra vi impone di correre al più presto per non perdere questo trionfo violaceo. In ogni caso chiamatemi: io torno con voi.

Dove
Manna
P.le Governo Provvisorio 6
Milano
Tel. 0226809153

Il brisket del Carolina’s (Milano)

Posted on 17 marzo 2015 by in Lombardia, Milano, Secondi Piatti

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Se mi permettete un’aulica citazione: “Là dove c’era un buon ristorante ora c’è… Carolina’s(letto con un con “ah aaah aaaaaah” finale), e ora tutti a Milano siamo diventati appassionati di BBQ e discepoli della costina glassata, chiedendoci come avevamo fatto prima senza.

Visto che non tutti voi gravitate al di sotto della Madonnina vi spiego cos’è questa nuova trovata gastronomica, presa d’assalto da chi vuole improvvisamente sentirsi nella profonda America o da coloro che hanno bisogno di una scossa.

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L’ambiente non lascia dubbi, e il nome nemmeno: il Carolina’s si ispira alle smoke house più trucide e le rivisita con dettagli anni ’60, dai distributori di acqua aromatizzata alle confezioni di salse perfettamente disposte sul bancone; mattoni a vista e arredo in legno scuro fanno la loro, così come i vassoi di latta su cui vengono servite le diverse pietanze. E io, che ho lasciato parte di cuore al Fette Sau di Brooklyn, ho provato il brisket.

La carne di manzo viene cotta e stracotta nelle spezie e nelle salse fino a farla collassare e sfilacciare, rimanendo morbida e sapida, di un gusto truculento e intenso. Per non farvi uscire con l’appetito, viene accompagnata da mashed potatoes, una terrina di fagioli neri in umido, pane integrale e coleslaw, più salse in abbondanza. Appunto, l’assenza di piatti a favore di vassoi si rifà alla vera tradizione oltreoceano, così come sarà faticoso uscire con i vestiti intonsi (peculiarità di cui avevo già parlato per il Fette Sau, e che credo sia imprescindibile).

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Si tratta di una vera smoke house? Il tentativo è nobile e va premiato. Sarà un’esperienza molto divertente e ad alto tasso di convivialità, i vostri occhi gioiranno e il palato placherà la voglia di affumicato.
Ecco, magari non sceglietelo per una cena romantica. Ricorderete questo mio consiglio quando vi ritroverete a rosicchiare carni e costine, con salse che colano fino ai gomiti. Ha qualcosa di sexy, ma ponderate bene la compagnia.

Dove
Carolina’s
Corso di Porta Ticinese 6
Milano
Tel. 02 8942 0241

La Tom Kha Kai del Bussarakham (Milano)

Posted on 12 marzo 2015 by in Etnicità diffusa, Lombardia, Milano, Piatti unici

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Nella mia girovaga vita non sono mai stata in Thailandia, e un po’ me ne dolgo: ne sogno i templi, le foreste, le spiagge, i celebri chioschi di street food e le specialità gastronomiche. Avventura, relax e una punta di spiritualità condite da abbondante latte di cocco e curry.

Mi sono accorta di amare particolarmente la sua cucina, speziata e aromatica, nel momento in cui mi sono trovata a cucinarla (e io, come sapete, mi destreggio ben poco ai fornelli): così il pollo saltato con verdure e curcuma è diventato un mio cavallo di battaglia, e anche sul pad thai me la cavo.

Nulla però può superare il Bussarakham, che sopperisce così bene alla mia voglia di viaggiare e mangiare thai (che poi diciamolo: starò anche imparando ma non son a grandi livelli, e alcuni ingredienti di questa cucina sono praticamente irreperibili, v. salsa di tamarindo).

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Nascosto nelle vicinanze di Porta Genova a Milano, basta entrare per essere letteralmente catapultati in un mondo di arredamenti in legno intarsiato, piante, ricchi decori, fiori, gentili camerieri in divisa, tavoli bassi e cuscini triangolari. Pare di essere in un film stile 007 con licenza di ordinare tutto il menùdopotutto, pure lui è servo della regina.

Se dovessi scegliere un solo piatto andrei dritta verso la zuppa Tom kha kai, che nobiliterei a inconsueto comfort food per le giornate più difficili. Già la bella presentazione sa di coccole, con la ciotola di ceramica verde giada da tenere tra le mani e il cucchiaio (che le bacchette sono tanto eleganti, ma un ricco boccone ha un altro fascino).
I tocchetti di pollo sono affogati nel latte di cocco arricchito da un equilibrato misto di spezie, mentre lemongrass, radice di galanga e coriandolo conferiscono un profumo intenso. Ed è subito Bangkok, o un rurale paesino dei dintorni.

Improvvisamente vi sembrerà che le statue di Buddha, col loro sorriso disteso, vi stiano ammiccando con un “Eh, ora capisci perché siamo sempre così felici, no?“. Sono sapori che toccano e risvegliano una parte profonda, e mi ispirano una qualche meditazione o contemplazione. Suggestione, me ne rendo conto, per me concreta e sentita.

Per me il Bussarakham è un punto di riferimento della cucina thai a Milano, anzi, in Italia. Aggiungendo un servizio impeccabile si ottiene uno dei posti del cuore, in cui tornare e lasciarsi portare lontano.

Dove
Bussarakham
Via Valenza 13
Milano
Tel. 02 89422415

Delle piccole ossessioni quotidiane: il Kikicocco

Posted on 10 marzo 2015 by in Al regal supermercato, Lombardia, Milano

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Per natura sono sempre alla ricerca di energia: ho sempre sonno, “accascio” è una delle mie parole preferite e mi aggrappo ai divani come a zattere di salvezza. Forse è per questo che mangio e bevo così tanto: devo bilanciare un fabbisogno che possa sostenere la mia folle altezza.

Quest’estate mi stavo aggirando per un 7/11 di Boston e mi sono imbattuta nella mia prima confezione di acqua di cocco, un parallelepipedo con tappo pratico e comodo. Ho pensato che l’ultima volta che mi ero trovata a tu per tu con una bevanda simile ero su un’amaca in una spiaggia messicana e, per curiosità e per l’estremo relax suggerito da questo ricordo, l’ho comprata.

Non l’avessi mai fatto.
Come numerosi tweet possono testimoniare, ne ero assuefatta: il bisogno di bere qualcosa di più soddisfacente dell’acqua ma meno calorico di un succo e ancor meno dannoso di una bibita gassata mi aveva portata verso una soluzione nuova e di facile reperibilità. Durante le lunghe camminate per New York, Philadelphia e Washington ne portavo un brick in borsa e lo sfoderavo a ogni crocevia (per non parlare del grande confort procurato durante i lunghi viaggi in auto).

Tornata in Italia, la tragedia.
No, l’articolo non è così diffuso e le marche disponibili sembrano un palliativo vagamente chimico. Le ho provate praticamente tutte e ho ceduto a meri surrogati. Galeotti su Facebook e una fotografia che mi hanno portata a interessarmi a Kikicocco.

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Ora, avrete capito se tendo ad avere piccole e innocenti ossessioni a carattere “food&drink”, e questa non fa eccezione.
E’ un’acqua di cocco pura, senza grassi e zuccheri aggiunti, isotonico naturale ricca di potassio, a basso contenuto calorico e, per mia fortuna, senza glutine (né latticini). Sana energia, insomma.

Rinfresca e allieta il palato, e ne ho individuato tre perfette occasioni d’uso:

1) dopo la corsa, quando arrivo in casa trascinandomi sui gomiti e faccio in tempo a sdraiarmi sul tappetino per lo stretching. Un paio di volte mi son trovata ad arrancare pensando al Kikicocco bello fresco come premio finale;

2) durante una giornata vagamente stressante, come quella rappresentata nella foto qui sopra. Riunioni, call, progetti da consegnare, urgenze, minuti che passano troppo velocemente. In questa situazione l’acqua di cocco ha abilmente sostituito il caffé (e il suo effetto agitatorio) facendomi tornare col pensiero al relax delle vacanze;

3) a colazione, quando occorre una motivazione per buttarsi giù dal letto. Dicono che appena svegli sia ottimo bere un bicchiere d’acqua, e io ho provato quella di cocco come utile metodo per risvegliare mente e papille.

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Certo, non si trova facilmente come negli USA, ma se siete frequentatori dell’Open in Porta Romana o di alcuni negozietti bio potrete notarla (dopotutto il packaging è pure piuttosto carino) e provarla.
Sinceramente spero che l’acqua di cocco non diventi una moda come in altri posti e con altre specialità. Nel caso sono pronta ad assaggi incrociati e blind test, abbastanza certa di aver trovato la mia preferita.

Lo SteccaLecca del Rita (Milano)

Posted on 6 marzo 2015 by in In alto i calici, Lombardia, Milano

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Al cuor non si comanda? E alle papille cosa vogliamo dire? L’innamoramento avviene al primo assaggio e diventa un bisogno primario, necessario, incondizionato.

Che a Milano si possa bere sempre meglio è un dato di fatto.
Che il Rita rappresenti un’eccellenza è stato già comprovato dalla sottoscritta, tessendo le lodi del Vodka Zen.
Che l’infatuazione passi per un nuovo menù, ormai è leggenda.

Lo SteccaLecca mi ha colpita per la sua composizione, che raduna il mio superalcolico preferito a una delle mie ossessioni alimentari – vodka e liquirizia – arricchendole con una leggera, bianca e sapida spuma di limone.

Il perché del nome è presto detto – e noi che siamo cresciuti negli anni ’80 e ’90 con le braccia infilate nei grandi frigoriferi dei bar lo sappiamo bene -, mentre il sapore richiede un piccolo inciso.

È fresco, uno di quei cocktail che berresti a oltranza senza problemi.
Disseta, e mi sembrerà ancor più azzeccato d’estate.
Il limone regala un certo pizzicore, mentre la liquirizia sorprende perché, oh, spicca.
E la vodka? Si percepisce il giusto, tenuta a temperatura dai cubetti di ghiaccio.
La soffice aria di limone sparisce ben troppo presto, permanendo più sopra le labbra come dei baffi.

Sono sorsi di felicità per riprendersi da stanchezza e pensieri, festeggiare o celebrare, cedendo a una profonda adorazione.

Dove
Rita
Via Fumagalli 1
Milano
Tel. 02837 2865

Scoprendo l’Unicum

Posted on 4 marzo 2015 by in In alto i calici, Milano, Regali Eventi

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Fino a non troppo tempo fa gli amari venivano utilizzati come medicinali capaci di porre rimedio a numerosi problemi. Dopotutto essendo infusi di erbe ad alto tasso alcolico il potere disinfettante c’è tutto, per non parlare di corroborazione e tempra. Trapela quindi qualcosa di alchemico e arcaico nella scelta di componenti e proporzioni, frutto di tentativi, sbagli e sapienza.
In effetti quando guardi la bottiglia dell’Unicum pensi a un’ampolla contenente un magico elisir, e non ci si discosta dalla realtà.

La storia di questo orgoglio ungherese è stata appassionatamente raccontata – e da me curiosamente ascoltata – proprio da Izabella Zwack, discendente di questo medico del ’700 della corte di sua maestà e creatore di un amaro composto da 40 ingredienti e prodotto ancora a Budapest, nella prima fabbrica. Ed è la città natia a far la differenza, a partire dalla propria acqua essenziale per ottenere un risultato eccellente.

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Spesso viene definito “una bomba” per il sapore che sa scuotere chiunque, unico come il suo nome e composto grazie a una ricetta inalterata e conosciuta da pochissime persone – tra cui Izabella, ovviamente.
Eppure pasteggiarci non è affatto impossibile, anzi: i cocktail assaggiati hanno accompagnato dei piatti tutto sommato delicati – da prosciutto e carpaccio d’ananas a risotto allo zafferano fino al branzino in forno – senza sovrastarli.

Una grande scoperta è l’Unicum barricato alla prugna, dal sapore dolce e corposo, che si può usare nel drink Plum & Soda.
E, per una volta, mi permetterò di condividere con voi la sua ricettina per ricreare in ogni momento un briciolo di Ungheria.

Ingredienti:
- 40 ml Unicum Prugna;
- 15 ml di sciroppo di zucchero;
- 20 ml di succo di lime;
- soda;
- scorza d’arancia e limone;
- una rondella di cetriolo;
- foglie di menta.

Un procedimento a prova di principiante: occorre mescolare tutti i liquidi con un tumbler, aggiungere ghiaccio e guarnire. 

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I cocktail del Prog (Milano)

Posted on 22 gennaio 2015 by in In alto i calici, Lombardia, Milano

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(anche tutte queste fotografie sono scattate con la Canon G7X)

Il venerdì sera è quel placido momento in cui i nervi si devono rilassare e lasciar spazio al miracolo del weekend: il varcare la soglia dell’ufficio ha qualche potere mistico ma un cocktail artistico è un grande aiuto.
Milano ha tanti locali che si distinguono: alcuni sono presi d’assalto e altri meritano di scoperti, come il Prog.

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Un po’ nascosto in una via lontana dalla mondanità meneghina, dall’entrata pare una dimora privata, un circolo segreto, un club riservato; entrando, non si può rimanere impassibili alla visione di un grandioso albero meccanico-steampunk con soffuse luci intermittenti sui rami. Domina il bancone e la sala principale con un fascino unico, ed è proprio alle sue radici che avviene il miracolo del bartender Giorgio Bo.

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Scegliendo dalla mirabolante carta o affidandosi a creazioni del momento si andrà sul sicuro, assaggiando combinazioni di alcolici e frutta servite in straordinari bicchieri arricchiti da bei dettagli e composizioni.
Che dire per esempio della giraffa-shaker? Mai più senza.

IMG_0325Un locale di sostanza e qualità, unico nel suo genere e lontano dall’essere una moda passeggera, per me il Prog è diventato un sacrosanto rifugio, un luogo di tranquillità e soddisfazione dove il bere più-che-bene è un diritto inalienabile.

Provatelo.

Dove
Prog
Via Andrea Maffei 12
Milano
Tel. 3331108398

La trattoria cinese Hua Cheng (Milano)

Posted on 13 gennaio 2015 by in Etnicità diffusa, Lombardia, Milano, Primi Piatti

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Se l’happy hour, la location, il meeting o l’evento iniziano a farvi venire l’orticaria significa che dovete prendere una pausa da quella Milano e rivolgervi verso altri lidi. Altro che aerei o treni, basta andare in Sarpi.

Passeggiare per China Town significa immergersi in una realtà parallela, piacevolmente straniante e disseminata di ristoranti interessanti. Uno di questi è la trattoria Hua Cheng.

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Dall’esterno non si nota: è piccola, l’insegna ridotta e via Giordano Bruno non è di facile passaggio, però vedrete le persone che pazientemente attendono e capirete di essere arrivati al posto giusto. Non è possibile prenotare quindi se la vostra fame è impellente dovrete organizzarvi per presentarvi presto – come io e i miei due compari di folli mangiate abbiamo fatto.

L’ambiente è molto semplice – un misto tra un’osteria italiana e elementi più orientali – e vi troverete a mangiare gomito a gomito con degli sconosciuti.

Detto tutto questo, perché andare?

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E qui parte la mia entusiasta dissertazione sui loro tagliolini in brodo, sull’anatra alla piastra con funghi e bambù, sul loro menù ampissimo comprendente specialità autentiche della cucina cinese e, soprattutto, il riso alla cantonese definitivo che mi ha fatto pensare “Oh! Quanto ero illusa nel credere di conoscerlo!“.

Da Hua Cheng viene (abbondantemente) servito con uovo saltato, piselli e, per la mia estrema gioia, maiale saltato (che gli conferiscono un gusto ben più spiccato del consueto prosciutto) e funghi cinesi (da me molto amati perché succosi). Così composto assume un profumo più intenso, una sapidità completa e una consistenza meno asciutta: parte dell’olio viene sostituita dalla potenza del suino, che fa sempre piacere.

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Infine, il costo è stato assai contenuto, e per una cucina cinese così buona e ben eseguita non è scontato.
Si prevedono numerosi ritorni. Dopotutto non capita tutti i giorni di viaggiare in Oriente nel giro di mezz’ora.

Dove
Trattoria cinese Hua Cheng
Via Giordano Bruno 13
Milano

p.s. le fotografie sono state scattate con la Canon G7X

L’Alcatraz, Elisa e una Canon G7X

Posted on 15 dicembre 2014 by in Lombardia, MetalFood, Milano, Regali Eventi

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Attenzione! Oggi torno all’arrembaggio in modo improvviso e inaspettato rispolverando uno dei temi che più preferisco ma finora poco approfondito: “Dove mangio quando vado ai concerti?”.
Signore e signori, torna il post del “Metal Food”, una piccola guida ridanciana per non farvi morire di fame mentre andate ad ascoltare i vostri beniamini.

Dopo Assago è giunto il momento dell’Alcatraz, dove recentemente ho visto il concerto di Elisa – e dico “visto” perché è stato il senso protagonista della mia serata.

E qui parte un’ulteriore premessa.
Quest’estate è accaduta una tragedia: la mia decennale compagna di mille concerti, viaggi e lieti eventi è stata travolta dall’acqua delle cascate del Niagara e ci è rimasta male. Sì, l’adorata macchina fotografica Canon S5IS ha pensato bene di dirmi un “Ma tu sei pazza a portarmi pure qua” non accendendosi più. Eh, c’aveva pure ragione, sebbene avessi fatto di tutto per proteggerla.
La mestizia è stata spazzata via dalla provvidenziale chiamata di Canon, che mi ha arruolata per provare la G7X. Visto che al tempo che fu mi ero molto interessata a uno dei suoi avi – la G10 – è giusto parlare di “destino”.
Forse mi conoscete solo come una divoratrice di tavole imbandite e leccornie ma dietro questo cuore di burro si nasconde una feroce appassionata di arte, comprese la musica e la fotografia. Se la prima è stata la mia professione (in un passato quasi remoto) e continua a essere la forza motrice delle mie giornate, la seconda è radicata dall’infanzia grazie a parenti estremamente devoti a macchine e rullini, impegnati a catturare le loro interpretazioni di città e luoghi lontani.

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Non sarò un’esperta, non sarò la nuova McCurry e non credo di possedere la capacità di notare una composizione perfetta ma, in modo altrettanto certo, per me fotografare ha un significato che si esprime pienamente nei concerti.
Mi piace fissare in modo pienamente definito l’espressione di quello che ritengo un mito che sta lassù, sul palco, quasi divino e irraggiungibile.
Mi piace riuscire ad avvicinarmi a questi personaggi come se fossi lì, di fianco a loro, e potessi toccarli.
Mi piace tenere un ricordo sensibile e chiaro del momento e dell’occasione, che ho sempre l’impressione di correre troppo e non riuscire a ricordare i dettagli.
Mi piace quasi quanto adoro mangiaree ho detto tutto!

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Quindi, tornando ai nostri problemi di stampo alimentare, mi lancio nella disanima di tutto ciò che si trova nei dintorni dell’Alcatraz per aiutarvi a sopravvivere:
- Vulkania
Pizzeria che si distingue per un’anima partenopea e, tra le proposte, le pizze ovali cotte e presentate su pietra. Io ne ricordo vivamente una con capperi, acciughe, olive e mozzarella: squisita, ma per tutto il concerto ho patito una sete che manco il deserto. Orientatevi su qualcosa di più fresco e tenetelo in considerazione: a mio parere è la soluzione migliore (sempre che vogliate mangiare alle 19);
- Mexicali
Mettete che avete solo mezz’ora e mangereste l’universo: questo posto fa per voi, col suo buffet mexican-italian style. La qualità non è il punto di forza, ma nemmeno lo svenire in prima fila;
- Baretto dell’Alcatraz
Ok, parliamoci chiaro: questo è solo per i casi di estrema emergenza. Provvede panini e focacce varie dal costo alto e dalla soddisfazione bassa. Se siete arrivati in ritardo e non potete fare altro, sgominate la folla e tentate
- McDonald dietro l’angolo
Io questo ve lo segnalo soprattutto per procacciare una bottiglia d’acqua dopo il concerto, quando avrete la bocca secca dal troppo cantare/gridare e non potrete tornare a casa senza rimediare.

Tu con cosa ti sei nutrita?, chiederete voi.
Ecco, miracolosamente per una volta sono riuscita a mangiare prima di avviarmi all’Alcatraz: tramezzini, panini, croissant salati, quiche e bigné hanno fatto la mia felicità e fornito il sostentamento necessario.

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Detto questo, parliamo di Elisa.
Io l’avevo vista nel lontano 2007 in piazza a Faenza durante il suo tour acustico: un’esperienza che mi aveva lasciato la voglia di sperimentare la sua leggendaria energia.
Appunto, all’Alcatraz non si è risparmiata: la sua potenza vocale, la sua precisione, il saper chiacchierare con il pubblico e coinvolgerlo in ogni canzone, il ballare e correre su e giù per il palco rivelano un’artista rara e sensibile, una performer perfetta e una persona adorabile realmente contenta di trovarsi lì, in quel posto, con quelle persone.
La scaletta è stata lunga e corposa, ricca di successi recenti e classici, ed è quasi stupefacente rendersi conto di conoscere ogni canzone a memoria.

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Catturare tutta questa vitalità nelle fotografie non è stato semplice – anche per la distanza dal palco – ma la G7X ha delle qualità sorprendenti (soprattutto per me che ero rimasta a macchine di 10 anni fa!): lo scatto al tocco dello schermo, il rapido scorrimento delle foto, la connessione immediata col cellulare per il download – ho scaricato subito una fotografia e l’ho caricata su Instagram in poco tempo.
La gestione dei campi e degli spazi è facile e interessante: lo sfocato sottolinea il senso dell’immagine.

Possiede le impostazioni manuali: è quindi perfetta sia per imparare sia per utilizzarla secondo preferenze e stile. Per non parlare di comodità e leggerezza: è uno strumento piccino ma solido, fatto da ottimi materiali, che trasmette sicurezza e professionalità.
Evoluzioni rivoluzionarie, altro che scatto tristissimo col cellulare: l’esser maneggevole permette di portarla in borsa senza perdere una spalla o la schiena, ed è così minuta che non darà troppo fastidio a coloro che sono dietro di voi ai concerti – a meno che non siate alti quanto me, e in questo caso non c’è rimedio.
Qua vedete una selezione di miei scatti: sarebbero molti di più, ma credo siano rappresentativi di ciò che intendo per fotografare la musica: nitidezza, ricordi, emozione.

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Sono pronta per molte altre avventure, e non vedo l’ora di sperimentare my new baby anche a tavola: credo che sui macro mi darà tanta soddisfazione.

p.s. un grande grazie a Canon e alle mie tre compagne di avventura, Camilla, Valentina e Francesca: oltre a condividere la Canon G7X abbiamo mostrato una egual resistenza fisica ai concerti, ed è stato meraviglioso.

Il cioccolato di T’a Milano (Milano)

Posted on 3 dicembre 2014 by in Dolci, Lombardia, Milano

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L’associazione è semplice: inverno > freddo > coccole > cioccolato.

Chi ha qualcosa da ridire non merita la mia comprensione.
Non parlo di grandi abbuffate consolatorie né di scatti funesti di fame, bensì di quel piccolo piacere che ci si deve concedere quando, tornati a casa travolti dalla pioggia e dal vento, ci si lascia alle spalle una giornata.

Qualche settimana fa ho scoperto T’a Milano, un meraviglioso locale nel centro di Milano dove l’ambiente risulta sofisticato e accogliente, merito di poltrone e divani scuri, grandi lampade dalle luci soffuse e un design curato, il posto perfetto per un drink preparato ad arte e discorsi interessanti.

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Ve ne svelerò due segreti.
Il primo è che nei suoi sotterranei c’era il caveau di una banca, le cui massicce porte e arcate sono ancora rimaste.
Il secondo riguarda proprio il cioccolato, passione dei due fratelli Alemagna diventata T’a Sentimento Italiano, golosa collezione dalle sofisticate proposte: un trionfo di tartufi e praline, quadratini e cubetti, bocconcini di zenzero affogati nel fondente, spicchi di arancia per metà intinti, e ancora frutta secca perfettamente incastonata nel cioccolato al latte, tavolette alla frutta, pregiati cacao grand cru.

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Il palato accoglie il bocconcino che soave si scioglie, lasciando andare gli aromi e con essi i nervi del gustatore. È una piccola magia coadiuvata dagli involucri colorati e chic, su cui spicca un bel carattere svolazzante.
Tenerne una confezione a portata di mano può essere la soluzione a molte giornate strane, un premio per un successo, un tocco di carica.

Il mio preferito? Cioccolato e zenzero, che pizzica appena sulla lingua e soddisfa chi, come me, non cerca tanto la dolcezza quanto la sorpresa.

E poi, diciamolo, un’ottima soluzione per i regalini di Natale (ma che questo rimanga tra noi, come terzo piccolo segreto).

Dove
T’a Milano
Via Clerici 1, 20121 Milano
Tel: 02.8738.6130