21 April 2015
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Di gelati e Fuorisalone

Posted on 17 aprile 2015 by in Dolci, Lombardia, Milano, Regali Eventi

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In questi giorni ho portato il mio amico Asus Zenfone 2 a spasso con me, promettendogli un’overdose di calorie e Salone del Mobile. Lui ha accettato la sfida forte della sua batteria interminabile, 3000mAh di gioia che consente 28 ore di conversazione e 13 giorni di stand-by, roba che se dimentichi l’iPhone per un giorno lo trovi spento mentre lui ti aspetta come se niente fosse.
Torna il mito dei vecchi cellulari, quelli con le cover intercambiabili e le antenne più alte della mia testa, che di sicuro non erano “smart” ma non ti abbandonavano mai nel momento del bisogno.

L’ho caricato e sono uscita per degustazioni, mostre condite di cocktail, happening, inaugurazioni e party di diverso genere, situazioni in cui bisogna avere un terminale affidabile per scattare foto, caricarle subito sui social, mandare messaggi su Whatsapp, rispondere a chiamate e geolocalizzarsi ogni tot e che non mostrasse segni di cedimento dopo 3 o 4 ore. La prova “Fuorisalone”, insomma.

JpegPer testare la batteria ho preferito uscire con una carica al 100% e, avendo poco tempo, la tecnologia BoostMaster è stata provvidenziale: in meno di 40 minuti ha ricaricato il cellulare dal 40% al 100%. A conti fatti, in meno di un’ora si guadagna il 60%. Sapete quelle situazioni assai moderne in cui tutti, al termine di una lunga giornata, cercano una presa di corrente per rivitalizzare la propria vita sociale o dar cenni di vita? Lo Zenfone 2 si distinguerà per l’estrema velocità, e non vi costringerà a stare attaccati al cavo per ore, sospirando perché non era comunque abbastanza.

JpegCosì io e lo Zenfone abbiamo fatto un giro per le 5Vie iniziando dalla stupenda Santa Marta, piena di cortili interni che lasciano a bocca aperta, con casette, tralicci, portici inaspettati e la voglia di non andarsene più. L’ho testato arduamente scattando più fotografie possibili, tenendolo sempre pronto per email e tweet, chiacchierando con gli amici lontani e attivando le mappe per capire le strade migliori. Soprattutto quando mi è venuta un’incredibile voglia di gelato.

Jpeg

In situazioni molto affollate altri telefoni mi hanno totalmente lasciata in panne, e questa volta non parlo solo di batteria: occorre che anche la connessione sia stabile, e questo cellulare Asus offre rete 4G, Bluetooth 4.0, NFC e una velocissima rete WiFi 801.11ac. Per una volta, quindi, non ho avuto difficoltà a cercare una gelateria nei paraggi e attivare il navigatore per raggiungerla.

Jpeg Sono quindi capitata da Vanilla Milano. Avete presente il caldo che ha travolto la città nei primi giorni del Salone? Allora capirete il perché di questa fresca voglia.
Vicino all’affascinante Castello Sforzesco e al teatro del Verme, è presa d’assalto per lo più da business men, appena fuori dai circuiti turistici. Assaggio i gusti pistacchio e bacio, trovando il primo molto intenso e il secondo particolarmente noccioloso, forse un pizzico troppo dolci ma vitali per suscitare buonumore.
Le materie prime sono di qualità ma la consistenza non mi convince pienamente, rimanendo troppo ghiacciato in diversi punti. Una soluzione comunque interessante, vista la zona e la bellezza del locale, curato e femminile.

Ah, com’è finita con la batteria? Mi sono dovuta davvero impegnare per farla cedere, e ha superato le mie aspettative.

Le mozzarelle di Obicà (Milano)

Posted on 14 aprile 2015 by in Lombardia, Milano, Piatti unici, Regali Eventi

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Miei simpatici e adorabili ingordi,

la settimana parte benissimo. Sto per risolvere di nuovo un problema epico, uno di quelli che affligge la maggior parte delle persone che abita a Milano o ci viene in visita e si ritrova nella perniciosa situazione del non sapere dove pranzare, cenare o fare un aperitivo in zona Duomo, cioè nel centro del centro della città (ne avevo già parlato qui).

Non so per quale motivo (il più accreditato è “i neuroni in sciopero”) non ne abbia mai parlato ma son pronta a rimediare. L’occasione è stata una cena in cui ho cucinato.
Sì, io ho cucinato, e c’ho pure le fotografie che lo testimoniano.

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Mi vedete sulla sinistra, con tutti i piattini pronti e addirittura un grembiule addosso? Vi confermo che quella sono io, e che quello sullo sfondo è proprio il Duomo di Milano.
Un altro ottimo motivo per visitare questo Obicà è proprio la vista: difficilmente vedrete i suoi meravigliosi pinnacoli e gli incredibili dettagli più da vicino, e potrete pure accompagnarci qualcosa di buono da mangiare.

Forse lo conoscevate con la “K” al posto della “C”. Ecco, sappiate che è lo stesso posto; semplicemente la volontà di risultare ancor più appartenenti all’Italia ha prodotto questo intelligente cambiamento – insieme a un nuovo logo.

Cos’ho preparato? Un piatto di stuzzichini di facile presa, monoporzione e fortemente contrastanti tra il dolce e il salato, proprio come piace a me: ho unito un classico prosciutto ai fichi, pomodori secchi e mozzarella intensa, dei rettangoli di blu di bufala a dei datteri (“un sushi di formaggio”, si direbbe) e fichi con mozzarella e capperi, con un filo di miele di api nere per dare un’ulteriore virgola lussureggiante.

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Soddisfatta del mio operato, lo son stata ancor più quando l’ho assaggiato.
C’è da ammettere che quando le materie prime sono buone chiunque può creare un piatto lodevole, ma la mancanza di opzioni dolci/salate nel menù mi ha fatto pensar di non aver creato qualcosa di così scontato.

In ogni caso, ancor più felice sono stata quando mi si è parata davanti questa.

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Trattasi di una mozzarella di bufala da un chilo, giustamente tolta dalla sua acqua di governo e lasciata a temperatura ambiente fino a renderla incantevole.

Obicà si fornisce presso grandi produttori – i pomodori di Petrilli e quelli di Casabarone, il prosciutto di nero dei Nebrodi di Agostino, la pasta Gentile – e fa giungere le mozzarelle dalla Campania ogni due giorni. Queste opere d’arte, prodotto di mungitura, cagliatura, filatura e mozzatura (da cui il nome) vengono degustate dal personale del ristorante e approvate o rinviate al mittente dove presenti eventuali imprecisioni.
Pensate, al mondo c’è qualcuno che per lavoro deve assaggiare la mozzarella. Io mi sono offerta volontaria.
Nel menù la trovate nelle versioni “Delicata“, “Intensa” e “Affumicata“, circondata da stracciatella, burrata e trecciona.

Quindi prendete qualche amico e provate la degustazione per scegliere la vostra preferita, ancor meglio se accompagnata da una pizza da dividere (e qua io consiglio quella con la stracciatella) preparata con la farina Petra del Molino Quaglia.
Al resto ci penserà la gentilezza del personale, la vista mozzafiato e un calice di vino.

p.s. non stupitevi nel trovare Obicà in molte altre nazioni: come si fa a resistere ai suoi mozzarelloni?

Dove
Obicà
La Rinascente Food Hall
Milano

Il Surf&Turf del Corallo Lobster Bar (Milano)

Posted on 8 aprile 2015 by in Antipasti, Lombardia, Milano, Piatti unici, Secondi Piatti, The Royal Challenge

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Le righe, i colori, i limoni, i disegni a muro, la cucina a vista e le ceramiche. Manca solo una lieve brezza e il profumo del mare, ed è subito costiera.

Se capitate al La Rinascente e vi trovate in mezzo a tutto questo siete al Corallo Lobster Bar, recente apertura che sa pienamente di Mediterraneo, convivialità e – oh, davvero? – crostacei.
Io, vostra apripista della cibaria, l’ho provato animata da un forte appetito e sono pronta a ingolosirvi.

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In primis occorre salire al settimo piano del negozio e utilizzare gli ascensori diretti è assai più comodo. Poi orientatevi verso l’angolo più vivace, quello dominato dal bianco e dal blu, col pavimento a scacchi e le lampade sospese. Prendete posto e scorrete il menù.
Il crostaceo è il padrone di casa e si presenterà al vostro tavolo in proposte variegate e golose, reinterpretazioni di classici americani e classici italiani.

Partiamo con un piatto di gamberi crudi serviti su una tenera insalatina e accompagnati da tre tipi di pomodori, una ciotolina di corpose chips di patate e maionese. Un antipasto che mette le cose in chiaro, e che stupisce per la freschezza dei gamberi rossi, sgusciati e serviti.
Apprezzati in un battibaleno.

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Poi è giunto il momento dell’astice, portato in trionfo sia con le linguine sia in una versione europea del mio amatissimo Lobster Rolls del Maine.
Il pane, fatto appositamente da un laboratorio, racchiude la polpa dell’astice che in parte viene sminuzzata e mescolata a granchio e maionese, e in parte aggiunta alla fine, per un effetto “incanto”.
Essenziale, più elegante dell’originale americano, e accostato a una terrina di verdure e scaglie di formaggio, va mangiato rigorosamente con le mani, pizzicando la chela intera tra i polpastrelli e portandola alla bocca.

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Poi è giunto il mio preferito, il piatto che ha eliminato ogni concorrenza e guadagnato il posto più alto sul podio della memorabilità.
Nella mia ricerca al miglior hamburger di Milano risulta un totale outsider, una categoria a parte: mai, infatti, avevo visto accostare carne e pesce. Almeno, non nelle tanto chiacchierate burger-factory milanesi.

Miei cari, il Surf&Turf vince.
Sto parlando di pane al nero di seppia che racchiude carne di chianina, cheddar stravecchio, guanciale saltato, cipolla rossa caramellata e gamberi rossi crudi (vi consiglio di tornare indietro e leggere gli ingredienti un’altra volta. Ok, ora possiamo proseguire).
Sconfiggete ogni perplessità e addentatelo: la mescolanza di sapori e consistenze vi donerà una grande gioia, e mentre analizzate tutti gli elementi e la loro combinazione – la freschezza dei crostacei crudi contro la ricchezza grassa del guanciale, il pane croccante e la carne tenera – vi si apriranno molteplici mondi, bussando alle porte dei sensi e dell’esperienza.

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Vorrete tornare, provare, sperimentare e riaddentare molte volte, più di quante siate disposti ad ammettere.
E’ possibile ordinare anche la versione con l’astice ma, non avendola personalmente assaggiata, vi consiglio di andare dritti verso il gambero rosso crudo, che fa una figura bellissima.

Puntate su questo e, secondo il mio regale parere, non sbaglierete: è squisito, originale e ha un prezzo più che equo.
Ecco, magari affrettatevi: il ristorante è piccolo, i posti pochi e non stento a credere che quando la voce si diffonderà si creeranno delle belle code.

Dove
Corallo Lobster Bar
La Rinascente, Food Hall (7° Piano)
Milano
Tel. 02 6652460

I toast di gamberi del Dou (Milano)

Posted on 2 aprile 2015 by in Antipasti, Etnicità diffusa, Lombardia, Milano

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In un mondo cresciuto a base di ordini da quindici portate e “sazietà, questa sconosciuta” (il mio, ça va sans dire), il ristorante cinese è sempre stato un’oasi di piacere e dissolutezza.
C’è stato un tempo in cui ogni giovedì ci andavo dopo scuola lanciandomi tra ravioli al vapore e spaghetti di soia saltati con carne e verdure, chiacchierando e sfogando adolescenziali pensieri a sciabolate di bacchette. E le cene nei tavoli rotondi col ripiano rotante al centro? Sospiro dalla nostalgia.

Poi si cresce, ed ecco che anche i gusti evolvono e le offerte si moltiplicano. Il proliferare di ristoranti asiatici di fascia medio-alta fa parte di questo cambiamento, che porta a una riconsiderazione del numero di cibi da assaggiare e alla consapevolezza di ottenere una qualità più alta.

Del Dou me ne aveva parlato Virginia (ciao Virgi!), consigliandomelo e indicandomi la portata da provare assolutamente: il toast di gamberi.
Io e i miei commensali (ciao Anna Maria e Pigna!) li abbiamo accompagnati da ravioli di mare, pad thai, salmone scottato e altre delizie, optando per un cocktail della lunga e sofisticata lista.

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Ora, io non so voi come siate abituati, ma per me il toast di gamberi era sempre stato un piatto che nel crostaceo aveva solo l’aroma.
La mia sorpresa è stata estrema nel vedere apparire dei veri gamberi, con la coda e tutto, in cima a delle cialde croccantissime. Li ho guardati e rimirati a lungo, incantata da tanta ostentazione e contando i semi di sesamo.
Presentazione incantevole, sapore perfetto: chi dice che il cibo cinese è unto si ricrederà.

IMG_2088Si pizzicano per la coda e intingono appena nella salsa agrodolce per non sopraffarli, poi se ne assapora la consistenza compatta ma cedevole, e si prosegue nell’invasione dei gusti del mare.

Io lo dico: i quattro che sono nel piatto non sono sufficienti, ma forse nemmeno quaranta basterebbero per averne abbastanza.

Gli altri piatti sono eseguiti bene e altrettanto piacevolmente presentati, con cura per i dettagli e porzioni buone.
L’ambiente? Rilassante, curato e carino, dall’arredamento essenziale e le luci soffuse.

Una preziosa scoperta.

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Dove
Dou
piazza Piazza Napoli 25
Milano
Tel. 02 49636318

Il Manna (Milano)

Posted on 30 marzo 2015 by in Antipasti, Lombardia, Milano

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Lo ammetto: sono andata da Manna con le idee chiare. Ho fatto finta di leggere il menù e di essere indecisa su cosa scegliere, divertita dai nomi ironici dei piatti, mentre il giorno prima avevo sbirciato la carta online e pienamente deciso ogni portata.

Con un’acquolina totale e un appetito incipiente mi sono lanciata sull’antipasto, recitandone il titolo per esteso e con una certa convinzione – “In bianco e nero. E viola” – mentre probabilmente bastava dire “la patata“. Vabbé, io ci tenevo a.

Il perché di tanta mia bramosia (leggasi: stavo per saltellare) è facile da capire: una patata viola viene cotta al cartoccio e tagliata a tocchetti; questi vengono adagiati su un lascivo letto di fonduta di toma della rocca che custodisce niente meno che tartufo nero. Se non state facendo la ola è perché non c’avete lo stomaco al posto del cuore, come me (che immagine pulp), che mi sono gustata ogni forchettata e cucchiaiata sentendo crescere la gioia. Se cercate un piatto con cui risvegliare tutti i sensi dopo una lunga settimana, questo può fare al caso vostro.

Il Manna è uno di quei ristoranti in cui la qualità e la sostanza vanno a braccetto, dove non si vuole stupire per forza (anche se i fake thai noodle con il brodo versato da una moka è un bel colpo di scena) e i piatti sono espressione della precisa personalità dello chef, con cui scambiare due sincere chiacchiere e confrontarsi.

Ecco, per fortuna/purtroppo il menù cambia a ciclo continuo: da una parte è un’occasione per tornare e provare le nuove creazioni, dall’altra vi impone di correre al più presto per non perdere questo trionfo violaceo. In ogni caso chiamatemi: io torno con voi.

Dove
Manna
P.le Governo Provvisorio 6
Milano
Tel. 0226809153

Il brisket del Carolina’s (Milano)

Posted on 17 marzo 2015 by in Lombardia, Milano, Secondi Piatti

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Se mi permettete un’aulica citazione: “Là dove c’era un buon ristorante ora c’è… Carolina’s(letto con un con “ah aaah aaaaaah” finale), e ora tutti a Milano siamo diventati appassionati di BBQ e discepoli della costina glassata, chiedendoci come avevamo fatto prima senza.

Visto che non tutti voi gravitate al di sotto della Madonnina vi spiego cos’è questa nuova trovata gastronomica, presa d’assalto da chi vuole improvvisamente sentirsi nella profonda America o da coloro che hanno bisogno di una scossa.

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L’ambiente non lascia dubbi, e il nome nemmeno: il Carolina’s si ispira alle smoke house più trucide e le rivisita con dettagli anni ’60, dai distributori di acqua aromatizzata alle confezioni di salse perfettamente disposte sul bancone; mattoni a vista e arredo in legno scuro fanno la loro, così come i vassoi di latta su cui vengono servite le diverse pietanze. E io, che ho lasciato parte di cuore al Fette Sau di Brooklyn, ho provato il brisket.

La carne di manzo viene cotta e stracotta nelle spezie e nelle salse fino a farla collassare e sfilacciare, rimanendo morbida e sapida, di un gusto truculento e intenso. Per non farvi uscire con l’appetito, viene accompagnata da mashed potatoes, una terrina di fagioli neri in umido, pane integrale e coleslaw, più salse in abbondanza. Appunto, l’assenza di piatti a favore di vassoi si rifà alla vera tradizione oltreoceano, così come sarà faticoso uscire con i vestiti intonsi (peculiarità di cui avevo già parlato per il Fette Sau, e che credo sia imprescindibile).

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Si tratta di una vera smoke house? Il tentativo è nobile e va premiato. Sarà un’esperienza molto divertente e ad alto tasso di convivialità, i vostri occhi gioiranno e il palato placherà la voglia di affumicato.
Ecco, magari non sceglietelo per una cena romantica. Ricorderete questo mio consiglio quando vi ritroverete a rosicchiare carni e costine, con salse che colano fino ai gomiti. Ha qualcosa di sexy, ma ponderate bene la compagnia.

Dove
Carolina’s
Corso di Porta Ticinese 6
Milano
Tel. 02 8942 0241

La Tom Kha Kai del Bussarakham (Milano)

Posted on 12 marzo 2015 by in Etnicità diffusa, Lombardia, Milano, Piatti unici

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Nella mia girovaga vita non sono mai stata in Thailandia, e un po’ me ne dolgo: ne sogno i templi, le foreste, le spiagge, i celebri chioschi di street food e le specialità gastronomiche. Avventura, relax e una punta di spiritualità condite da abbondante latte di cocco e curry.

Mi sono accorta di amare particolarmente la sua cucina, speziata e aromatica, nel momento in cui mi sono trovata a cucinarla (e io, come sapete, mi destreggio ben poco ai fornelli): così il pollo saltato con verdure e curcuma è diventato un mio cavallo di battaglia, e anche sul pad thai me la cavo.

Nulla però può superare il Bussarakham, che sopperisce così bene alla mia voglia di viaggiare e mangiare thai (che poi diciamolo: starò anche imparando ma non son a grandi livelli, e alcuni ingredienti di questa cucina sono praticamente irreperibili, v. salsa di tamarindo).

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Nascosto nelle vicinanze di Porta Genova a Milano, basta entrare per essere letteralmente catapultati in un mondo di arredamenti in legno intarsiato, piante, ricchi decori, fiori, gentili camerieri in divisa, tavoli bassi e cuscini triangolari. Pare di essere in un film stile 007 con licenza di ordinare tutto il menùdopotutto, pure lui è servo della regina.

Se dovessi scegliere un solo piatto andrei dritta verso la zuppa Tom kha kai, che nobiliterei a inconsueto comfort food per le giornate più difficili. Già la bella presentazione sa di coccole, con la ciotola di ceramica verde giada da tenere tra le mani e il cucchiaio (che le bacchette sono tanto eleganti, ma un ricco boccone ha un altro fascino).
I tocchetti di pollo sono affogati nel latte di cocco arricchito da un equilibrato misto di spezie, mentre lemongrass, radice di galanga e coriandolo conferiscono un profumo intenso. Ed è subito Bangkok, o un rurale paesino dei dintorni.

Improvvisamente vi sembrerà che le statue di Buddha, col loro sorriso disteso, vi stiano ammiccando con un “Eh, ora capisci perché siamo sempre così felici, no?“. Sono sapori che toccano e risvegliano una parte profonda, e mi ispirano una qualche meditazione o contemplazione. Suggestione, me ne rendo conto, per me concreta e sentita.

Per me il Bussarakham è un punto di riferimento della cucina thai a Milano, anzi, in Italia. Aggiungendo un servizio impeccabile si ottiene uno dei posti del cuore, in cui tornare e lasciarsi portare lontano.

Dove
Bussarakham
Via Valenza 13
Milano
Tel. 02 89422415

Delle piccole ossessioni quotidiane: il Kikicocco

Posted on 10 marzo 2015 by in Al regal supermercato, Lombardia, Milano

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Per natura sono sempre alla ricerca di energia: ho sempre sonno, “accascio” è una delle mie parole preferite e mi aggrappo ai divani come a zattere di salvezza. Forse è per questo che mangio e bevo così tanto: devo bilanciare un fabbisogno che possa sostenere la mia folle altezza.

Quest’estate mi stavo aggirando per un 7/11 di Boston e mi sono imbattuta nella mia prima confezione di acqua di cocco, un parallelepipedo con tappo pratico e comodo. Ho pensato che l’ultima volta che mi ero trovata a tu per tu con una bevanda simile ero su un’amaca in una spiaggia messicana e, per curiosità e per l’estremo relax suggerito da questo ricordo, l’ho comprata.

Non l’avessi mai fatto.
Come numerosi tweet possono testimoniare, ne ero assuefatta: il bisogno di bere qualcosa di più soddisfacente dell’acqua ma meno calorico di un succo e ancor meno dannoso di una bibita gassata mi aveva portata verso una soluzione nuova e di facile reperibilità. Durante le lunghe camminate per New York, Philadelphia e Washington ne portavo un brick in borsa e lo sfoderavo a ogni crocevia (per non parlare del grande confort procurato durante i lunghi viaggi in auto).

Tornata in Italia, la tragedia.
No, l’articolo non è così diffuso e le marche disponibili sembrano un palliativo vagamente chimico. Le ho provate praticamente tutte e ho ceduto a meri surrogati. Galeotti su Facebook e una fotografia che mi hanno portata a interessarmi a Kikicocco.

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Ora, avrete capito se tendo ad avere piccole e innocenti ossessioni a carattere “food&drink”, e questa non fa eccezione.
E’ un’acqua di cocco pura, senza grassi e zuccheri aggiunti, isotonico naturale ricca di potassio, a basso contenuto calorico e, per mia fortuna, senza glutine (né latticini). Sana energia, insomma.

Rinfresca e allieta il palato, e ne ho individuato tre perfette occasioni d’uso:

1) dopo la corsa, quando arrivo in casa trascinandomi sui gomiti e faccio in tempo a sdraiarmi sul tappetino per lo stretching. Un paio di volte mi son trovata ad arrancare pensando al Kikicocco bello fresco come premio finale;

2) durante una giornata vagamente stressante, come quella rappresentata nella foto qui sopra. Riunioni, call, progetti da consegnare, urgenze, minuti che passano troppo velocemente. In questa situazione l’acqua di cocco ha abilmente sostituito il caffé (e il suo effetto agitatorio) facendomi tornare col pensiero al relax delle vacanze;

3) a colazione, quando occorre una motivazione per buttarsi giù dal letto. Dicono che appena svegli sia ottimo bere un bicchiere d’acqua, e io ho provato quella di cocco come utile metodo per risvegliare mente e papille.

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Certo, non si trova facilmente come negli USA, ma se siete frequentatori dell’Open in Porta Romana o di alcuni negozietti bio potrete notarla (dopotutto il packaging è pure piuttosto carino) e provarla.
Sinceramente spero che l’acqua di cocco non diventi una moda come in altri posti e con altre specialità. Nel caso sono pronta ad assaggi incrociati e blind test, abbastanza certa di aver trovato la mia preferita.

Lo SteccaLecca del Rita (Milano)

Posted on 6 marzo 2015 by in In alto i calici, Lombardia, Milano

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Al cuor non si comanda? E alle papille cosa vogliamo dire? L’innamoramento avviene al primo assaggio e diventa un bisogno primario, necessario, incondizionato.

Che a Milano si possa bere sempre meglio è un dato di fatto.
Che il Rita rappresenti un’eccellenza è stato già comprovato dalla sottoscritta, tessendo le lodi del Vodka Zen.
Che l’infatuazione passi per un nuovo menù, ormai è leggenda.

Lo SteccaLecca mi ha colpita per la sua composizione, che raduna il mio superalcolico preferito a una delle mie ossessioni alimentari – vodka e liquirizia – arricchendole con una leggera, bianca e sapida spuma di limone.

Il perché del nome è presto detto – e noi che siamo cresciuti negli anni ’80 e ’90 con le braccia infilate nei grandi frigoriferi dei bar lo sappiamo bene -, mentre il sapore richiede un piccolo inciso.

È fresco, uno di quei cocktail che berresti a oltranza senza problemi.
Disseta, e mi sembrerà ancor più azzeccato d’estate.
Il limone regala un certo pizzicore, mentre la liquirizia sorprende perché, oh, spicca.
E la vodka? Si percepisce il giusto, tenuta a temperatura dai cubetti di ghiaccio.
La soffice aria di limone sparisce ben troppo presto, permanendo più sopra le labbra come dei baffi.

Sono sorsi di felicità per riprendersi da stanchezza e pensieri, festeggiare o celebrare, cedendo a una profonda adorazione.

Dove
Rita
Via Fumagalli 1
Milano
Tel. 02837 2865

Scoprendo l’Unicum

Posted on 4 marzo 2015 by in In alto i calici, Milano, Regali Eventi

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Fino a non troppo tempo fa gli amari venivano utilizzati come medicinali capaci di porre rimedio a numerosi problemi. Dopotutto essendo infusi di erbe ad alto tasso alcolico il potere disinfettante c’è tutto, per non parlare di corroborazione e tempra. Trapela quindi qualcosa di alchemico e arcaico nella scelta di componenti e proporzioni, frutto di tentativi, sbagli e sapienza.
In effetti quando guardi la bottiglia dell’Unicum pensi a un’ampolla contenente un magico elisir, e non ci si discosta dalla realtà.

La storia di questo orgoglio ungherese è stata appassionatamente raccontata – e da me curiosamente ascoltata – proprio da Izabella Zwack, discendente di questo medico del ’700 della corte di sua maestà e creatore di un amaro composto da 40 ingredienti e prodotto ancora a Budapest, nella prima fabbrica. Ed è la città natia a far la differenza, a partire dalla propria acqua essenziale per ottenere un risultato eccellente.

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Spesso viene definito “una bomba” per il sapore che sa scuotere chiunque, unico come il suo nome e composto grazie a una ricetta inalterata e conosciuta da pochissime persone – tra cui Izabella, ovviamente.
Eppure pasteggiarci non è affatto impossibile, anzi: i cocktail assaggiati hanno accompagnato dei piatti tutto sommato delicati – da prosciutto e carpaccio d’ananas a risotto allo zafferano fino al branzino in forno – senza sovrastarli.

Una grande scoperta è l’Unicum barricato alla prugna, dal sapore dolce e corposo, che si può usare nel drink Plum & Soda.
E, per una volta, mi permetterò di condividere con voi la sua ricettina per ricreare in ogni momento un briciolo di Ungheria.

Ingredienti:
- 40 ml Unicum Prugna;
- 15 ml di sciroppo di zucchero;
- 20 ml di succo di lime;
- soda;
- scorza d’arancia e limone;
- una rondella di cetriolo;
- foglie di menta.

Un procedimento a prova di principiante: occorre mescolare tutti i liquidi con un tumbler, aggiungere ghiaccio e guarnire. 

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