31 October 2014
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Il fritto misto dell’Eastern Market (Washington DC)

Posted on 31 ottobre 2014 by in America, Piatti unici, Washington

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Fritto”.
Una parola che in me suscita una salivazione potente come le cascate del Niagara.
Solo il pronunciarla fa ingrassare di un chilo e mezzo, e concretizzarla ne aggiunge altri due.

Quanta soddisfazione malsana in così poche lettere, irresistibile come solo le vere tentazioni.

Trovandomi a Washington alle tre di pomeriggio e non avendo ancora pranzato mi sono diretta all’Eastern Market, altro suggerimento di quella santa guida che è Giulia, che si trova in un’area residenziale di casette colorate e buon vicinato totalmente diversa rispetto a quella dei musei.

Qui mi sono lanciata verso il bancone dove la maggior parte delle pietanze viene lanciata nell’olio, e per non farmi mancare proprio niente ho preso il piatto combopesce bianco, granchio, crab cake, patate e pomodori verdi. Il tutto impanato e fritto, ovviamente.

Leggerezza scansati, che di fronte a bocconi croccanti, friabili e gustosi non hai molte speranze.

In tutto questo avrete intuito che la crab cake è un tortino di polpa di granchio (fritto, ma va?!) molto apprezzato e ritenuto specialità dell’intero mercato. Sinceramente questa considerazione mi pare esagerata: ho ben più amato il granchio intero e i pomodori verdi, tagliati a fettine e ancora freschi all’interno, nonché le patate cotte sul momento e inondate delle loro salse homemade.

Un piatto che prevede un abbiocco devastante e sei chilometri a piedi per lo smaltimento. Per questo, lo Smithsonian vi aspetta (oppure tornate a piedi verso il centro).

Se poi consideriamo la bellezza del mercato, con tutti i mattoncini rossi all’esterno e il lungo corridoio interno verso cui si affacciano le botteghe, la visita è ancor più meritevole.

Dove
Eastern Market
225 7th St SE
Washington DC

Alla caccia di lobster nel Maine

Posted on 13 ottobre 2014 by in America, Piatti unici

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Passare dal Vermont al Maine è rimanere abbacinati dal sole riflesso sulle acque di laghi e mari, abbandonare i boscaioli per i marinai, respirare salsedine al posto di resina. Si sfiorano fari e insenature, invidiando le perfette casette munite di svolazzante bandiera patriottica e praticelli che persino gli inglesi invidierebbero.

Stato di vacanze e spensieratezza, pare nascondere un’anima cupa più volte raccontata dal suo più celebre scrittore – Stephen King – che vive a Bangor in una villa dalle torrette appuntite e i cancelli di gotico ferro battuto.
Ammalia come un sortilegio, e così pare di dover stare in allerta.

Il fatto che sia l’astice il suo animale simbolo non fa quindi sorridere? Non è un contrasto tenero?
Lobster ovunque: impresse sulle targhe, sui cartelloni, sulle insegne luminose, fatte pupazzo o calamita, catturate da centinaia di nasse lasciate asciugare sui moli al sole, da non confondere con le cugine “aragoste”. Le chele parlano!

Mangiarle non è difficile, ma trovare il posto perfetto può portarvi su strade residenziali con sbocco a Pemaquid: qui si trovano rustici chioschi con tavoli e panche di legno, ombrelloni, menù scritti su lavagne d’ardesia e un penetrante odore di pesce.
Più precisamente, si trova il Pemaquid Fishermans Co Op. Non è il ristorante a 5 stelle, ma il placido panorama non ha eguali e la freschezza del pescato non è in dubbio.

Io ordino il menù completo: un astice intero cotto al vapore è accompagnato da burro fuso, insalata di cavolo cappuccio e maionese, conchiglioni, pane, altro burro e patatine confezionate.
Troverete anche il lobster roll, indiscussa specialità locale – un squisito panino con astice mescolato a verdure e salse – ma io mi sono concentrata sul carapace.

Ah! Un avviso: noi siamo ben abituati a esser dotati di pinze per rompere le chele e ricevere il rosso crostaceo con la coda già rotta. Ecco, nel Maine non funziona così: afferratelo con le vostre nude mani e preparatevi a fare una strage della vostra maglietta e di quella di tutti i vostri vicini. Non preoccupatevi: avrete salviette in abbondanza per rimediare al delirio che avrete allegramente creato.
Dopo aver estratto la polpa soda dovete intingerla nel burro fuso – una, due, tre volte – fino a renderla intrisa e ancor più divina, azzannandola e sospirando per la gioia. Bisogna procedere con calma, alternandola col cavolo croccante, godendosi ogni momento mentre le nuvole si riflettono sull’oceano e in lontananza passa una barchetta a vela.

Quanto ho pagato per tutto questo? Poco più di 20 $. Il paragone con i prezzi italiani? Micidiale.

Dopo tutto questo vorrete chiudere un occhio verso gli aspetti misteriosi del Maine e diventare pescatori di lobster per avere sempre a disposizione. Non sarebbe bellissimo? Sarebbe un gran bel downshifting.

Dove
Pemaquid Fishermans Co Op
32 Co-Op Road
Pemaquid (Maine)

I cupcake di Georgetown cupcake (Washington)

Posted on 3 ottobre 2014 by in America, Dolci, Washington

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Che “esperienza culinaria americana” sarebbe senza l’assaggio di un cupcake?
Sebbene in Italia l’ossessione per questo dolcetto sta calando, in America ci sono vere e proprie istituzioni specializzate che non conoscono crisi.
Una è a Washington, ed è la celebre Georgetown Cupcake, a me nota per il programma trasmesso da Real Time.

Entrando nel negozio ci si immerge in un ambiente zuccheroso, sia per i colori sia per il profumo: si respirano caramello e cioccolato, cannella e burro.
La lista delle varianti è lunga, interessante e comprende proposte gluten free: io ho assaggiato il cupcake al cioccolato con frosting al caramello salato.

Oh, sono inconsolabile al pensiero di non poterne avere uno ora, prima da ammirare poi da sbranare (magari con un bel caffè lungo)!
Ne ho un ricordo vivido: era morbido e friabile al punto giusto, ricchissimo di cioccolato fondente e non troppo dolce; la copertura, sormontata da un fiorellino di zucchero, avrebbe potuto essere più salata ma al caramello è difficile trovare un difetto consistente.

Lo ricordo con particolare affetto anche perché è stata l’ultima bontà mangiata prima di ripartire dal suolo americano.

Vista la fila e il numero di commesse si capisce che gode di ottima fama e che il programma televisivo abbia avuto ottimo seguito in America: le due sorelle protagoniste non erano presenti, probabilmente impegnate nelle prossime aperture. Mentre quello di Washington è il negozio storico, il primo aperto, ne potete trovare altri in diverse città americane (da Los Angeles ad Atlanta). Oltretutto ora organizzano spedizioni internazionali, e questo potrebbe essere un problema – per il portafoglio e la linea.

Dove
Georgetown Cupcake
3301 M Street NW (tra la 33rd e M)
Washington

Il pastrami di Katz’s Delicatessen (New York)

Posted on 30 settembre 2014 by in America, New York, Secondi Piatti

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Dici “New York” e ti vengono in mente immagini, scorci, ricordi di qualcosa che ti pare di aver vissuto in prima persona mentre, in realtà, eri seduto sul divano di casa o su una poltrona del cinema e stavi guardando un film o un serial. Fa quest’effetto.

Così quando davvero vai in uno di questi “set perenni” sperimenti un effetto di famigliarità e straniamento, che non sai come muoverti e dove andare, o forse sì, ma di sicuro sai precisamente cosa ordinare.

Con questo spirito ho varcato le soglie del Katz’s Delicatessen, e subito i miei occhi sono stati attirati dalle insegne luminose, la successione infinita di sedute, il legno tanto consunto e il cartello appeso al centro sala con una freccia puntata verso il basso: “Qui è dove Harry ha conosciuto Sally“. Tutti gli sguardi convergono in quel punto prima di sparpagliarsi tra le centinaia di foto ingiallite di avventori famosi, da Jerry Lewis alla famiglia Clinton, i manifesti pubblicitari degli anni ’70 e il menù.

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Specialità indiscussa di Katz’s è il pastrami, carne di manzo trattata, speziata, affettata e servita tra spesse fette di pane. Probabilmente avrete l’impressione di averlo assaggiato molte volte; ecco, io ho sentito l’irrefrenabile esigenza di superare lo schermo e provare di persona.

Servito da un cameriere che per gentilezza non ha brillato, questo monticello di carne era accompagnato da cetrioli sottaceto dall’effetto Idraulico Liquido (leggasi: sgrassante). Notate bene: l’ho chiesto senza pane, quindi credo che la quantità di carne sia stata aumentata per giustificare un prezzo piuttosto alto (18 $ senza tasse e mancia, ovviamente).

In ordine, si notano la tenerezza, la sapidità dovuta alla varietà di spezie e la nota grassa e succulenta. Sebbene tagliata sottilmente, ogni forchettata è tosta: pare di salire su una delle giostre di Coney Island e fare diversi giri (senza mani, che lo dico a fare), dai quali si esce sballottati, carichi di buonumore e bisognosi di una passeggiata per riprendersi.
Preparato con una ricetta invariata da decenni, si scioglie in bocca e la delicatezza manco sa cosa sia: è un piatto rustico e se ne vanta – se riuscite a finirlo senza problemi potrete inserirlo nel CV.

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Non fatevi spaventare dalla possibile coda e non perdete il biglietto che il buttafuori vi consegnerà all’entrata: è il lasciapassare verso il mondo reale (e il conto). Sempre che non preferiate restare nella realtà cinematografica.

Dove
Katz’s Delicatessen
205 E Houston St, New York
Tel. (212) 254-2246

La Philly Cheesesteak di Pat’s King of Steaks (Philadelphia)

Posted on 16 settembre 2014 by in America, La sagra del carboidrato, Philadelphia

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Approdando a Philadelphia sul termine delle vacanze il mio stomaco si era già abituato alle porzioni mastodontiche americane mentre il mio fegato aveva mostrato una grandiosa tolleranza.

Era quindi il momento di sferrare uno di quegli attacchi finali che manco Super Mario contro il mostro brutto e cattivo dell’ultimo livello.
Preso il taxi è dato l’indirizzo mi sono sentita chiedere dal conducente: “Pat’s or Geno?“, e io ho pronunciato il primo nome. Ci siamo quindi persi per le vie periferiche e residenziali dove, accanto a un locale rock e a un campetto da basket, si fronteggiavano i suddetti locali che, da più di mezzo secolo, si combattono su primato, bontà e genuinità della più famosa specialità della città: la Philly Cheesesteak.

Il crocevia col più alto tasso di colesterolo al mondo. Mi sono sentita a casa.

Mentre Geno’s trionfa per luci e neon – promettendo ricchi premi e cotillon -, è stato Pat’s a conquistare la nostra attenzione col suo stile più essenziale e anni ’60 (sebbene sia lì dal 1930): si dice che sia lui ad aver inventato questo piatto, mentre Geno’s rivendica l’aggiunta determinante del formaggio.

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Di cosa stiamo parlando? La Philly Cheesesteak altro non è che un panino enorme tagliato a metà e imbottito di formaggio, straccetti di manzo, cipolla saltata e una colata lavica di cheddar fuso.
Pat’s ha una vera e propria catena di montaggio che in 10 secondi ti costruisce il panino col formaggio da te scelto (provolone, nel mio caso), te lo avvolgono nella carta e te lo servono – con qualche simpatica parola stile “Sweetie“, “Dolly“, “Love“.
Istruzioni per l’uso: se lo volete con la cipolla dite “with” (“wiz”) altrimenti “with not” (“wiz not”). Studiate le istruzioni appese prima delle casse per non sbagliare, e non fate caso ai modi sbrigativi del cassiere: solitamente la fila è lunga e non c’è tempo da perdere.

Questo panino rappresenta tutto ciò che io potrei desiderare da un viaggio in America: è ricco, intenso, squisito, pieno di carne tenerissima che, se allungate l’occhio, potete veder sfrigolare. Saziante, insano, una botta di vita, la potenziale risposta a molti problemi, e se lo accompagnate dalle cheese fries – che si ordinano in un secondo sportello insieme alle bevande – potrete persino vedere qualche divinità.

L’aspetto è quello di un posto tipico americano, senza troppo fronzoli (né zone chiuse, quindi preparatevi al caldo afoso quanto al gelo totale) ma con decine di fotografie di star, perlopiù in bianco e nero, che sono passate di lì a salutare Pat: aggiungete la vostra con una visita.

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E qui il dilemma: chi sono io per dire che sia migliore di Geno’s, in cui non ho avuto il fegato (letteralmente) di andare? Datemi un po’ di fiducia: vi ho mai deluso?
In ogni caso entrambi i locali sono aperti sempre, giorno e notte, pronti a soddisfare avventori, giocatori di basket o appetiti non convenzionali.

Dove
Pat’s King of Steaks
1237 E. Passyunk Avenue
Philadelphia

L’hamburger con onion rings di Mr Bartley’s (Boston)

Posted on 10 settembre 2014 by in America, Boston, Gluten free, La sagra del carboidrato

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In primis, una confessione: sto scrivendo con una fame così atroce che, nel rivedere queste fotografie, ho aperto Skyscanner e cercato i biglietti.

In secondo luogo, sappiate che scegliere da cosa iniziare è stato straziante.
Vuoi più bene alle onion rings o alla clam chowder?“. Non si può, non si fa.

Terzo e ultimo presupposto: no, non mi stancherò mai di hamburger.

Ho adorato Boston, innamorandomene come in un colpo di fulmine: sarà stato l’arrivo sul ponte con la skyline cittadina al tramonto, la corsa al parco di prima mattina, la passeggiata nelle vie dello shopping, le persone, o il fatto che sia la città di Ally McBeal? Propendo per un misto di questi e altri motivi che comprendono certamente i ristoranti e, nello specifico, il Mr Bartley’s.

Si tratta di un punto di riferimento della zona universitaria di Harvard, preso d’assalto da studenti e relativi genitori dal 1960 (e non credo che da quegli anni abbiano sentito spesso l’esigenza di rinnovare il locale).
Di turisti ne troverete ben pochi, dato che non si trova vicino alle “attrazioni” principali della città, quindi se volete vivere l’aria del college accomodatevi (prendendo un taxi, consiglio) ma affrettandovi, che alle 21 chiude.

Pare che le loro leggendarie specialità siano – oltre agli hamburger dai nomi particolari (iPhone, Hashtag, Kim Kardashian) – le onion rings e la “Lime Rickey”, una limonata di lime. Non me le sono fatte mancare come accompagnamento a un “The Luke Bartley Burger“.

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Stiamo parlando di un hamburger di ottima carne di manzo con cheddar, salsa barbecue, insalata di cavolo cappuccio e abbondanza di ketchup e maionese, il tutto compresso dal pane (gluten-free, oltretutto) e accompagnato da una porzione così abbondante di anelli di cipolla fritti da farmi temere di non potercela fare. Bastava assaggiarne uno per rimanerne conquistati, così come il primo morso al panino ha fatto chiarezza su chi comanda a tavola (io): squisito.

La limonata di lime (se ha un nome più preciso avvisatemi) era un equilibrio tra il dolce e l’aspro, perfetta per affrontare un piatto così ricco e dissetarsi.

Infine, perchè queste onion rings sono così famose e meritano una visita? E’ l’impanatura di farina di mais a fare la differenza, risultando molto più croccante, asciutta e saporita. E più che anelli, sembravano larghi bracciali.
Quando ho cercato di ordinare le patate dolci fritte la cameriera mi ha ripresa e fatta capitolare: quanto aveva ragione!

Accanto ai tavoli, tra i poster di Elvis e di partite di football, sono attaccati i nomi di celebri avventori, da Al Pacino a Jackie O’, e pensate che potreste esser seduti a fianco di un studente-genio o del futuro intellettuale del secolo: avreste già qualcosa in comune.

Dove
Mr Bartley’s Gourmet Burger
1246 Massachussets Ave
Cambridge (Boston)

Considerazioni sparse su una vacanza di strafogo

Posted on 8 settembre 2014 by in America, La Regal Assaggiatrice

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Un semplice calcolo: se ogni caloria che ho assunto quest’estate equivalesse a un chilometro di cammino avrei potuto girare attorno alla Terra almeno 4 volte.

Detto questo, eccomi tornata dalle ferie più succulente di sempre!
Se siete ancora in viaggio: beati voi.
Se invece condividete la mia sorte: bentornati. Potete star certi che ho raccolto sufficiente “materiale” per crogiolarsi in pensieri stuzzicanti.

Da cosa iniziare? La scelta è ardua, vista la diversità di cucine e specialità assaggiate.
Ho pensato quindi di iniziare con qualche considerazione che intitolerò:

“Ciò che ho imparato durante diciotto giorni tra America e Turchia (con una breve tappa in Canada)”:

- la Turkish Airlines ha veramente un ottimo servizio, e con questo intendo anche il cibo. Una compagnia aerea che portasse i menù, avesse spremute d’arancia e limonata fresche, e servisse pure un dolcino di benvenuto non l’avevo ancora incrociata;

- nel Maine e nella Pennsylvania si mangia bene praticamente ovunque, dal ristorante alla casetta trucida del pescatore;

- Philadelphia, il tuo cheesesteak é quanto di più calorico abbia assunto (e ne sono felice);

- le scelte gluten free sono variegate e particolari;

- un’ora di fila da Shake Shack in Madison Square a New York verrà sempre ripagata;

- lobster è “astice”, lobster è “astice”, lobster è “astice”;

- la suddetta lobster intera a 12 dollari è una gran soddisfazione;

- la clam chowder dà assuefazione e ringrazio che la ricetta sia troppo complicata per provarla a casa;

- una visita al Walmart tra le scansie di burro d’arachidi e cheddar può far venire la tachicardia d’entusiasmo;

- il cheddar è la soluzione a molti problemi (ma lo sapevamo già);

- mangia quanto vuoi che poi una corsetta mette tutto a posto (ok, questa è una vana illusione);

-la normalità: “Oggi giuro che non mangio nulla di più pesante di un’insalata… OMG I CUPCAKE AL CIOCCOLATO SALATO COL BURRO D’ARACHIDI!”;

- e poi, quando ordini davvero un’insalata mista è accompagnata da una salsa al gorgonzola a cui non puoi dire di no;

- voglio che il Canada Dry sia importato anche in Italia (Pepsico, mi senti?);

- la varietà di sidri di mela che si trova nei pub e nei supermercati fa impressione;

- le porzioni mastodontiche sono impegnative persino per me;

- ricordarsi di non prendere mai la carne dentro al coccio esplosivo la prossima volta che si torna a Istanbul;

- datemi cascate di sciroppo d’acero canadese;

… e, infine:

- cheese fries, siete nel mio cuore (letteralmente, grazie al vostro lieve apporto di colesterolo).

Insomma, non mi sono risparmiata e ho tanto da raccontarvi e segnalarvi, per la gioia del vostro appetito.
The Royal Taster riprende con un solo obiettivo: far brontolare le vostre pance.

I cupcake del Magnolia Bakery (New York)

Posted on 12 dicembre 2012 by in America, Dolci

Sfogliando le foto di New York, in un impeto di nostalgia e masochismo, mi sono accorta di non aver ancora scritto di uno dei protagonisti dei miei giri gastronomici: era rimasto sepolto tra i ricordi in attesa che il freddo e la malinconia lo riportassero a galla? A quanto pare sì, quindi non ritengo opportuno tenerlo per me (anche se non si tratta di certo di una meta nascosta, anzi).

Se vi dico “cupcake“, a cosa pensate?
Io a montagne di dolcetti adorabili, carini, femminili ma dal peso specifico di Plutone e dalle calorie innumerevoli, oppure a Sex and the City, la serie che ha reso famosa questa pasticceria e prodotto la conseguente invasione di pubblico.

Avrete già capito: the Royal Taster oggi si ferma da Magnolia Bakery, nello specifico in uno dei principali della Grande Mela.

Lo riconoscerete benissimo: si tratta di un carinissimo negozietto che fa angolo tra la 49th e la 6th Avenue, vicino al Rockefeller Center, e con una fila più o meno composta di persone che altro non attendono che entrare e acquistare scatole color pastello contenenti i sospiratissimi dolcetti glassa-muniti.

E al momento dell’ordine tra confettini, pasticcini, zuccherini, cioccolatini, spinkle and glitter avrete una chiara sensazione di confusione, maggiorata dalle persone che vi faranno fretta: voi andate sul sicuro affidandovi alla vostra regal assaggiatrice.

Red Velvet Cupcake, Classic Cupcake e Caramel Cupcake sono ottime scelte per iniziare la vostra amicizia con le specialità di Magnolia Bakery.
Come descriver i cupcake a chi non li conosce? Immaginate dei muffin dolci sormontati da una glassa dolce che può essere di zucchero aromatizzato o cioccolato. A volte sono anche ripieni, quindi ulteriormente ricchi.
Occhio e gusto concorderanno: sono dolcetti speciali.

Il consiglio finale è quello di prenderne una box assortita e e gustarli in un posto più tranquillo, magari accompagnati da un the o un caffè americano, altrimenti tenerli per una colazione piena di positività e iniziare la giornata con un sorriso. È l’”effetto cupcake“, dimostrato in modo assolutamente non scientifico ma affidabile. Sempre che amiate i dolci, altrimenti vi sembreranno molto stucchevoli.

Dove
Magnolia Bakery
1240 Avenue of the Americas (all’angolo tra la 49th e la 6th Ave)
New York

Gli onigiri dell’Oms/b (New York)

Posted on 1 agosto 2012 by in America, Etnicità diffusa

Parlando sempre di onigiri, l’altro giorno un lampo ha attraversato il mio già provato cervello, che anela furiosamente alle vacanze come unico modo per redimersi: non ho ancora parlato di quelli dell’Oms/b di New York, e ritengo che tutti coloro che pianificano un viaggio là e che amano la vera cucina giapponese ci devono obbligatoriamente andare.
Oggi sono quasi in vena di ordini, più che consigli.

Ascoltatemi, per una sacrosanta volta!
Il regno degli onigiri vi aspetta, e voi dovete accorrere!

Si tratta di un piccolo negozio gestito da giapponesi e in cui vigono le loro regole e tradizioni, quindi quando entrate siate composti, non fate la figura dei soliti “turisti italiani scalmanati“.
Avvicinatevi al bancone e guardate i diversi menù: vengono proposte delle combinazioni di rice ball e noodle soup, o piatti caldi con miso soup, ma appunto gli onigiri o omusubi sono i veri protagonisti.

Io ci sono stata in una freddissima serata di gennaio, rifugiandomi mezz’oretta prima della chiusura (che avviene prevalentemente alle 19:30). Prima di partire avevo studiato bene le destinazioni suggerite da Chiara de Il pranzo di Babette (uno dei miei food blog preferiti ever), e questo mi aveva molto incuriosita, tanto da cambiare completamente strada e immergermi in quel quartiere solo per provarlo.

Una volta chiarita la meccanica dell’ordinazione mi sono accomodata presso uno dei pochi tavolini all’interno del locale, e sono stata servita da una ragazza che parlava ben poche parole d’inglese. Mi sembrava di esser tornata a Tokyo o Osaka.
Ho assaggiato tre onigiri, una zuppa di miso e un piattino di antipastini.
I tre onigiri erano con salmone, salmone e maionese e gambero fritto, preparati a regola d’arte e quasi totalmente avvolti dall’alga.

Vi sembrano pochi? Ebbene, mi hanno saziata.
Il riso rimaneva compatto ed era sì appiccicoso, come la cucina giapponese vuole, ma non stomachevole.
Il ripieno di pesce era abbondante: pareva di mordere una piccola bomba pronta a esplodere di gusto.
La zuppa di miso era saporita, preparata a regola d’arte.

E’ stato estremamente piacevole gustare tali prelibatezze, semplici e che provocano assuefazione, in un silenzio interrotto solo dalle parole – in giapponese – dei gestori del locale: un momento di relax nella metropoli fa sempre piacere.
Il consiglio finale? Provate a prenderli da asporto: lo spazio è ristretto, e ora che è estate potete acquistarli per mangiarli da un’altra parte: la sensazione di pace vi pervaderà ovunque voi andiate.
Potere degli onigiri.

Dove
Oms/b
156 East 45th Street
New York

Il bubble tea di Ten Ren (New York)

Posted on 3 luglio 2012 by in America, In alto i calici

Amici della Grande Mela, prevedete di tornarci quest’estate per le vostre vacanze? Oltre a rivolgervi tutta la mia profonda invidia (… beh, manco a me andrà male, ma non divaghiamo) mi fate venire in mente che non vi ho ancora parlato di alcuni posticini decisamente interessanti in cui ho – diciamologozzovigliato con estremo piacere.

Inoltre, visto che si prevede un certo caldo, ho un consiglio che reputo “curioso”, e che vi permetterà di:
a) vivere un’esperienza;
b) solleticare il palato;
c) combattere efficacemente l’afa.

Avete mai sentito parlare del “bubble tea“? Se seguite altri food blog la risposta è quasi certamente affermativa, ma in caso contrario permettetemi una spiegazione.

Si tratta di una bevanda fredda composta da the (prevalentemente verde e aromatizzato in moltissimi modi) a cui può essere aggiunto del latte ma in cui mai mancano delle palline gommose di tapioca (e da qui “bubble”, bolle).
Viene servito in bicchieroni con una cannuccia molto larga che permette di aspirare anche le perle dolci, simili a caramelle.

Un rimedio sicuro per chi soffre tanto il caldo.

Dove provarlo?
Io suggerisco Ten Ren in Mott Street, ovviamente China Town, una via molto animata in cui troverete anche rinomati ristoranti e negozi pieni di stoviglie e cibi orientali. (altro…)