18 December 2017
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Dissertazione con caffè Tostini

Posted on 27 novembre 2017 by in La regal dispensa

Caffè TostiniNelle ultime settimane ho riflettuto sul concetto del “rimanere fedeli a se stessi“, approcciato dapprima con leggerezza poi, man mano che aggiungevo considerazioni e fattori, con una cospicua dose di serietà e preoccupazione.

Tipo: come capire se ciò che intraprendiamo e che diciamo di adorare non sia solo l’ennesimo l’effetto di un marketing che, così pervasivo, ci propone ogni scelta come nostra, genuina, autentica, fatta su misura? Tu sei il protagonista di quella storia, ma chi dice che quel racconto che ti raggiunge ovunque grazie all’internet non sia, in realtà, un modo per sviarti dalla tua più profonda natura?

Stavamo meglio quando le nostre passioni sorgevano indubbiamente dai nostri sforzi, e dovevamo dannarci per portarle avanti?

Eh.

Così, mentre cerco di recuperare i miei veri pensieri come un palombaro ottocentesco che si inabissa nel cupo oceano, mi interesso a vicende che nascono per vocazione e che, grazie ai loro protagonisti, hanno una direzione precisa, come una freccia scoccata verso l’obiettivo.

Caffè Tostini

Per fortuna mia e del mio palato, l’Italia è ricca di queste persone e della loro purissima determinazione. Tra queste ci sono i fratelli Max e Desirée.

Giovani e concreti, i due si avventurano nel mondo della torrefazione, fatto di miscele, aromi, equilibri e, sì, scelte. Il primo ci mette strategia, voglia di raggiungere l’eccellenza e abilità nel coniugare tecnologia e artigianalità; la seconda aggiunge creatività, una punta di provocazione e un elemento che per un caffè è essenziale: l’emozione.

Così nasce il Caffè Tostini, un’azienda genuinamente mediterranea per cui l’alta qualità non è un’opzione ma una vocazione, e dove si crea quell’elisir di cui io sono particolarmente invaghita.
Nella sede, che sorge a Teggiano (Salerno), le attrezzature sono all’avanguardia ma si rispettano fasi e tempi della tradizione: la materia prima – il meglio dei chicchi selezionati e miscelati con massima cura – viene tostata e lasciata a maturare per dieci giorni prima di essere confezionata nei diversi formati, tra cui il macinato per moka giunto sul mio fornello.

Assaggio la Tostoini Blue in un risveglio particolarmente difficile, riservo la Tostoini Essence Gold per una Domenica più tranquilla e rimango incuriosita dalle due miscele, riservate ai bar e alla ristorazione, che portano i nomi dei due fratelli.

Più ne assaggio, più sento la totale dedizione verso questo loro progetto e, in questo (mio) momento così confuso, non è forse commovente? È un’espressione chiara di orgoglio, tutto racchiuso dentro una tazzina, da continuare a seguire, sostenere e conoscere (anche tramite il loro sito provvisto di e-shop). 

Io sorseggio e continuo a riflettere.

Il gelato di Stefino (Bologna)

Posted on 4 settembre 2017 by in Bologna, Dolci, Emilia Romagna

StefinoGuarda questa che continua a scrivere recensioni sul blog invece di affidarsi al potere di Instagram e, magari, comprare un pacchetto di followers!“.

Me lo dico da sola, so di andare un po’ controcorrente, ma che posso farci se ogni mio consiglio ha dietro un ricordo, una storia, un bel perché? Come qualche giorno fa, quando sono tornata in una gelateria e… ok, andiamo con calma.

Siamo a Bologna, dove la mancanza di novità culinarie entusiasmanti si scontra con la presenza di numerose e eccellenti gelaterie. Più precisamente, ci troviamo in via San Vitale, area non ancora frequentata dai turisti e al limite con la sempre più famigerata “zona universitaria”. Qui, sotto portici bassi, rossi e silenziosi, si trova quell’istituzione che è Stefino.

I bolognesi non hanno bisogno di presentazioni, e sanno che fino a qualche anno fa si trovava in un’altra strada. Tutti gli altri mi ascoltino bene.

Tempio del gelato artigianale, ha precorso i tempi puntando da sempre su ingredienti km0 e bio, mettendo a punto una consistenza perfetta e avendo un occhio di riguardo per la tradizione. Però a un vero felsineo tutto ciò non interessa granché: deve essere più che buono, più che invitante, goloso e suadente.

Così ora possiamo entrare, chiedere cos’è il gusto “Crema bolognese” e sentirci dire “È una crema un po’… carica, ecco. Con tante uova“, innamorarcene e ricordarsi dei dolci delle nonne emiliane al primo assaggio.

Oppure rimanere increduli dall’intensità del “Latte e miele“, dove il primo proviene dagli Appennini vicini.

Per i palati classici il gianduia, ricco di nocciole intere, sarà un conforto; chi cerca un’avventura troverà i gusti curcuma e wasabi; il matcha e il crema con fichi caramellati aggiungeranno indecisione nella scelta finale. StefinoL’aggiunta di panna è gratuita (il che non è affatto scontato) e, come se tutto ciò non bastasse, Stefino è un punto di riferimento pure per chi desidera un gelato gluten free (hanno anche i coni preparati da loro e posso confermarne la validità) e, addirittura, vegan.

Infine, un avvertimento: a Bologna non si ordina mai una “coppetta”, ma una “cestina“. Siate pronti, preparati, e buona passeggiata per San Vitale.

p.s. ha aperto anche a Roma 

Dove
Stefino
Via San Vitale 37/A
Bologna
Tel. 051 5874331

Notizie dal fronte

Posted on 1 settembre 2017 by in La Regal Assaggiatrice

estate2017Mettiamo nero su bianco qualche considerazione di una primavera e un’estate piene di rivoluzioni e libertà.

Ho i capelli lunghi, sempre più lunghi e non so bene che farci.

Son abbronzata come non accadeva dal 2004, grazie alle spiagge della Sardegna, delle Marche e a quella perla che è Levanto. estate2017_bHo qualche chilo in meno, sebbene durante le vacanze abbia abbondato di vincisgrassi, costine, pizza e vizi.

Son diventata la più grande consumatrice di Varnelli (senza ghiaccio) e Fernet Branca (con).

Ho realizzato che se le persone ti deludono in qualche modo l’unica cosa da fare è crucciarsi il meno possibile e lasciarle andare.estate2017_fHo capito che ciò che nasce tondo non può diventare quadrato, così come chi nasce bolognese non può diventare milanese (ma aspira sempre a un certo grado di torinesità).

Contemporaneamente, meglio non negarsi nulla a prescindere e perseverare. Da qui il pilates (tutto ok) e il crossfit (da riprendere con calma) che si aggiungono allo yoga, al running e a una breve parentesi col sup. Qualche anno fa si sarebbe gridato al miracolo, per tutta quest’attività.estate2017_dHo letto dei libri belli, bellissimi, uno fastidiosamente fantasticoun classico moderno, uno che mi ha lasciata interdetta e un altro che a tutti sta piacendo alla follia, ma che a me non ha convinto del tutto, nonché ripreso tutta l’opera di Amelie Nothomb. In francese.

Dopo le mode, mi sono definitivamente stancata delle “cose”. Perché pur conoscendo bene i meccanismi per generare bisogni inutili nelle persone, non riesco a non esserne colpita. Quindi no, quell’ennesimo vestito di Zara non mi serve (ma quanto sarebbe carino) (no, allontanati da me!) (vestito di Zara…) (ARGH!). Da qui il bisogno di liberarmi del superfluo (già ne avevo accennato l’anno scorso), e il futuro impegno a farlo tramite regali & reselling (Depop, arrivo).estate2017_cE per quanto riguarda l’inespugnabile passione per tutto ciò che è commestibile?

Ecco, abbiamo passato momenti migliori, ma quelli peggiori son quasi alle spalle.

Risveglio il palato a suon di gelati squisiti e manicaretti preziosi, riordino le idee e mi accorgo di voler scrivere di più e di Estonia, Polonia, Spagna, ma ci stiamo arrivando.estate2017_eCosì come sto giungendo alla conclusione della questione “celiachia“, che forse è un’intolleranza o chissà che, ma qui saranno gli esperti a parlare.

E per ora è tutto, direi.
Al prossimo dispaccio – maggiormente gastronomico, s’intende.
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Di leggerezza e ricettine per l’aperitivo estivo

Posted on 28 luglio 2017 by in Antipasti, In alto i calici

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Pur essendo uno spirito da Autunno/Inverno (che detta così fa un po’ “fashion week”), negli anni ho imparato ad apprezzare e sempre più desiderare quella certa sensazione di leggerezza tipica dell’Estate.

Sapete benissimo di cosa sto parlando: stop ai maglioni e ai cappotti, al fondotinta e al rossetto, agli impegni pressanti e alla necessità di rinchiudersi in luoghi chiusi, e persino ai piatti laboriosi e agli intingoli tanto deliziosi quanto complessi. Ricerchiamo la semplicità in tutte le sue forme consapevoli che sarà magica. Stacchiamo la spina e seguiamo di più l’istinto, che spesso comanda anche ciò che mangiamo e ispira voglie che non ci negheremo.

Proprio così, con questi presupposti, la mia mente (o meglio, la mia acquolina!) ha elaborato una ricettina che ha ben risposto a tutte queste caratteristiche diventando protagonista di un indimenticabile e in un certo senso irriverente aperitivo sui tetti milanesi.

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Uova. Tonno. Capperi.

Da giorni non pensavo ad altro.

Ingredienti semplici verso cui provo ciclicamente un’irrefrenabile attrazione, soprattutto in questo periodo.

Una bottiglia preziosa e elegante di Valdobbiadene Prosecco Superiore DOCG, il Brut Nature Le Rive di Santo Stefano di Val d’Oca.

Un terrazzo verso cui approdare, incastonato tra quelle che un tempo erano fabbriche operose e ora sono loft creativi, in una ventosa serata dal cielo terso.

Un’idea per un finger food semplice, classico ma con un paio di tocchi creativi: uova ripiene di tonno e capperi croccanti con maionese alla curcuma e fiori.

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Ingredienti (per 4 persone)

  • 6 uova;
  • 100gr di tonno all’olio sgocciolato;
  • 25/30 capperi croccanti (se non li trovate e volete usarne altri, dissalateli con cura);
  • 4 acciughe sott’olio;
  • due cucchiai di maionese;
  • un cucchiaino raso di curcuma;
  • pepe;
  • fiori eduli;
  • insalatina.

Procedimento:

  • bollite le uova per 6 minuti e lasciatele ben raffreddare, prima a temperatura ambiente poi in frigo;
  • tritate i capperi croccanti e le acciughe;
  • amalgamate maionese e curcuma in una ciotolina;
  • sminuzzate il tonno in una ciotola e aggiungete capperi e acciughe;
  • prendete le uova ben fredde, sbucciatele e tagliatele a metà;
  • con un cucchiaino togliete i tuorli e aggiungeteli al tonno, mescolando velocemente. Se volete un composto più leggero, usate solamente i tuorli di 4 uova;
  • infine, unite la maionese e una spolverata di pepe;
  • formate delle piccole quenelle con due cucchiaini e adagiatele dentro le uova, al posto dei tuorli;
  • guarnite con dei fiori eduli (li trovate nei negozi di gastronomia);
  • preparate dei piattini con una sottile base d’insalatina e adagiate le uova.

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In men che non si dica una mano sarà impegnata con questo finger food, l’altra con il calice di prosecco e il resto in meritate chiacchiere che traghettano la giornata verso il termine. 

Il Valdobbiadene è contraddistinto da un profumo di mela, agrumi e fiori bianchi, un gusto equilibrato ma molto asciutto e, con il suo retrogusto persistente, tiene testa a una preparazione carica di sapidità e sostanza. 

Il tutto votato all’insegna della leggerezza, la cui magia passa attraverso questi sorsi di piacere. 

*Questo post è stato creato in collaborazione con Val D’Oca, che vi ha riservato uno sconto del 10% sul primo acquisto: basterà accedere al loro e-shop e inserire il codice e416205d.
E… buona Estate!

Il friggione, cibo degli dei emiliani

Posted on 9 maggio 2017 by in Contorni, Emilia Romagna, Regali ricettine

friggione2L’altro giorno, complice un tempo a dir poco orribile (in generale e soprattutto per essere Maggio), mi sono comportata da emiliana esemplare e ho cucinato il friggione.

Non che sia un piatto da stagioni fredde, dato che in terra natia lo si gusta anche con 40 gradi e umidità livello Niagara, ma non si tratta del massimo della leggerezza. Specialità con cui sono cresciuta, mi porta inevitabilmente con la mente ai pranzi di mia nonna, dove viene servita come contorno.

Così mi sono rimboccata le maniche, afferrato l’ombrello e sono andata da fruttivendolo e macellaio al grido di “Datemi i seguenti ingredienti che devo preparare il friggione, sorbole!” (tipicissima espressione del bolognese e provincia).

La ricetta che ho seguito è stata quella dell’Accademia Italiana della Cucina, che mi ha fornito il primo volume della Biblioteca di Cultura Gastronomica su salse e sughi regionali da mettere alla prova, frutto di ricerche accurate su storia e tradizione. Io, ovviamente, mi sono lanciata sull’Emilia Romagna consapevole che il piatto mi avrebbe portato grande conforto. Effetto collaterale: il creare gran curiosità nel fruttivendolo e nel macellaio, che mai ne avevano sentito parlare.

friggione

Cosa occorre? Gli ingredienti iconici sono cipolla, pomodoro e pancetta (tanta pancetta) che devono cuocere a lungo, anzi, lunghissimo: più stanno lì meglio è. La cucina verrà invasa da rustici profumi, la salivazione aumenterà e non ci sarà dieta che tenga. Cucinatelo con pazienza e tanto amore per l’Emilia, e quando sarà pronto accompagnatelo a dei secondi di carne o, se volete veramente esagerare, imbottiteci una tigella bollente. A prova di tempesta, tornado e, ovviamente, ritorno di Novembre. 

Il sukiyaki dello Yazawa (Milano)

Posted on 27 aprile 2017 by in Etnicità diffusa, Lombardia, Milano

Il sukiyaki dello Yazawa

Non c’è imprevisto più soave di quello che ti lascia un pomeriggio infrasettimanale libero da qualsiasi impegno, e non c’è amica migliore di quella che ti porta a pranzo da Yazawa, un ristorantino giapponese incastonato in una delle più belle zone di Milano e mio desiderio proibito da qualche tempo.

Val la pena accennare che ne son venuta a conoscenza su un viaggio in Blablacar tra Milano e Roma, dove uno dei passeggeri altro non era che il fidanzato di una delle cameriere e che ha intessuto 6 ore di lodi magistrali e succulente, tanto da provocare grande acquolina e promettere una visita. Il perché è presto detto: allo Yazawa servono il Wagyu, l’unico, originale, pregiatissimo e certificatissimo manzo giapponese che conquista chiunque alla prima fettina grazie alla particolare distribuzione del grasso, che marmorizza le carni e le rende tenere come burro.

Da qui si spiega anche il “proibito”: tal prelibatezza richiede una certa spesa, giusta ma non alla portata di tutti. A meno che non abbiate l’amica di cui sopra che vi svela che a pranzo si possono gustare dei menù a prezzo più che accettabile. Che meravigliosa rivelazione!

Ordino il sukiyaki, piatto giapponese composto da una pentolina di ghisa in cui sobbolle un brodo con verdurine, un uovo e le preziose fettine di Wagyu accompagnata da una ciotola di riso bianco, una tazzina di cime di broccoli e un dolcino. Perfetto a vedersi, squisito all’assaggio: le mie precedenti esperienze con questa carne non mi avevano preparata a una tale esplosione di bontà concentrata in una morbidezza da delirio. Un’esperienza sorprendente e soddisfacente oltre le aspettative, un rimedio sicuro alle avversità del mondo ed è difficile non farsi sfuggire espressioni di estasi.

L’eleganza del locale, la gentilezza del personale e la quasi totalità di avventori orientali contribuiscono a rendere lo Yazawa un posto da non perdere. A pranzo, appunto, ancor meglio. 

Dove
Yazawa
Via San Fermo 1
Milano
tel. 02 36799710

Il brunch del Madama Hostel Bistrot (Milano)

Posted on 25 marzo 2017 by in Lombardia, Milano

Il Madama Hostel Bistrot

Evadiamo per un giorno, vi va? Fuggiamo dal quotidiano, abbandoniamo agende e cellulari, scappiamo da Milano pur rimanendo nel suo centro, e lanciamoci nell’attività lenta per eccellenza, rilassante per definizione, deliziosa per forza di cose: il brunch.

Uniamo le esigenze e rifugiamoci in uno dei miei nuovi posticini preferiti, in cui ero già stata per l’aperitivo ma che ho ancor più apprezzato nel primo pomeriggio di un’assolata Domenica: il Madama Hostel Bistrot, che mi è stato a mia volta consigliato da Elena.

La situazione era chiara: dopo i 10km della Stramilano ero bisognosa di un ottimo uova&bacon, di coccole ed energia in grandi quantità. Così sono approdata a Brenta, là dove la Fondazione Prada chiama a raccolta decine di arditi e fashion visitatori da ogni parte del mondo creando un curioso effetto distopico, son entrata al Madama e ordinato l’English Breakfast a colpo sicuro.

Il piatto era una gioia già per gli occhi, per il palato è stato soddisfazione: abbondanti e soffici uova strapazzate, funghi champignon, salsiccia speziata, un pomodoro arrosto a dire “Dai, almeno qualcosa di sano mangialo”, patate con la buccia, immancabili fagioli saltati con cipolla e lui, il re del brunch, il bacon, croccantissimo come piace a me. Il tutto accompagnato da succo di pompelmo e caffè americano a oltranza.

IMG_9706Ti dimentichi di tutto: dei problemi, della stanchezza, di essere a Milano. Gli avventori dell’ostello vanno e vengono, le gentilissime cameriere passano con enormi hamburger e invitanti insalate, si parlano molte lingue e l’italiano è una delle tante.
Un altro mondo anche per il prezzo, 13 euro, che per questa città è praticamente regalato.

Viva il Madama, viva il suo brunch!

Dove
Madama Hostel Bistrot
Via Benaco 1
Milano
tel. +39 366 3107485

Il posto in cui sentirsi a casa: Risoelatte (Milano)

Posted on 21 febbraio 2017 by in Lombardia, Milano

Risoelatte5Ricominciamo da qui.

Dalla necessità di trovare punti di riferimento e dal bisogno di eliminare il superfluo per riscoprire le vere passioni e i coriacei interessi, tanto più sulla tavola e in tutto ciò che la riguarda.
Mesi passati a tagliare ponti, sfrondare rami e scacciare costrizioni per far rimanere lei, la sostanza, rappresentata da nuove scoperte in giro per il mondo e posticini che mi sono entrati nel cuore e in cui mi sento tanto a casa che, appunto, manco nel mio milanesissimo monolocale.

E proprio di “casa” si parla quando si entra da Risoelatte, il rifugio per eccellenza di chi ha bisogno di un ristorante nel centro di Milano e non può sfigurare.

Risoelatte6È un posto che mi è assai caro, lo ammetto, e che annulla tutta la mia obiettività, ma se foste alla ricerca di recensioni asettiche non sareste certo qui, quindi preparatevi alla mia dissertazione.

È anche un consiglio, questo, che avrei voluto darvi mesi fa ma, sapete, c’avevo l’ansia da prestazione: poteva essere altrimenti, sapendo che sarebbe stato letto in primis da loro (ciao Ettore, Maurizia, Elvis – per citarne alcuni), che già tanto mi sopportano? Però era doveroso, quindi ho preso coraggio ed eccomi.Risoelatte1Detto questo, Risoelatte è un ristorante perfettamente vintage, tanto nell’arredo quanto nel menù, dove si gusta la cucina lombarda che potevate trovare nelle cucine degli anni ’60, tra tavoli di formica, proiettori Super8, meravigliose lampade a sospensione, un jukebox perfettamente funzionante, nostalgiche campagne pubblicitarie, stoviglie che escono da credenze di modernariato.

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Essendo io poco avvezza a tali specialità, praticamente mi sto facendo una cultura. Perchè sì, ci passo spesso e volentieri per pranzo e son molto felice di portarci amici in ogni occasione, con la promessa di tanta felicità. Risoelatte è quel genere di posto in cui sei a casa e in cui ti va di appartenere, soffermarti, sentirti un po’ privilegiato.

Non viene la voglia di cercare altro, ma solo di rilassarsi e assaggiare sempre più delizie a partire dal risoelatte, che è sia un primo piatto sia un dolce. Nella veste di primo, si tratta di un riso cotto nel latte e arricchito da diversi tipi di condimenti (il genere di piatto che regala conforto), mentre come dolce si trasforma e, sebbene preparato con gli stessi ingredienti di base, è fresco e leggero, un vizio da concedersi senza indugio.
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I miei piatti preferiti sono molti anche perché il menù del pranzo cambia ogni giorno, quindi ho molta possibilità di sperimentare: si va dall’arrosto di tacchino con patate arrosto al salmone in crosta di mandorle, il vitello tonnato e il risoelatte in ogni versione, la millefoglie di pesce con verdure, il brasato con la polentina, il baccalà al forno con pomodoro e le vellutate. Non c’è volta in cui ne sia uscita delusa.
Risoelatte2E dopo l’ambiente e il menù, la terza fondamentale componente è la gestione, composta da persone che ti accolgono sempre con un sorriso e che, anche se c’hai avuto la giornata peggiore della storia, te lo fanno spuntare sulla faccia. Posti simili sono rari, quindi occorre farne tesoro e – attenzione! – prenotare. Mettetevi avanti, organizzatevi, siate pazienti e conquistate un tavolo: il locale è un po’ piccolo e disposto su più piani, tra fili di biancheria vintage messa ad asciugare e telefoni in bachelite, quindi i tavoli sono pochi ma l’esperienza è memorabile.

Aggiungo un p.s: Ettore, ecco il famoso articolo!

Dove
Risoelatte
Via Camperio 6
Milano
02 39831040

Il salmone Loch Fyne

Posted on 31 gennaio 2017 by in Senza categoria

Salmone Loch FyneCom’è giusto che sia, tutti i miei propositi food del 2017 (mangia meno, più sano e lascia stare quei tramezzini ripieni di formaggio) sono stati disattesi già il 1 Gennaio, provocando enorme gioia da una parte e conseguente (e succulento) materiale per questo blog dall’altra.

Bentornati, Royal Assaggiatori sparsi per l’Italia (e non solo)!

La mia felicità è sconfinata (come sempre, quando si tratta di parlare di cibi e affini) e i progetti di conquista del mondo sono molti, accomunati dalla volontà di stuzzicare sempre più il vostro appetito e farvi cadere in tentazione. Iniziamo quindi con una scoperta risalente al mese scorso, uno di quei “amori a primo assaggio” resi possibili grazie alla preziosa collaborazione con Selecta, che mi sta permettendo un giro gastro-turistico di tutto rispetto.

Parliamo quindi di salmone, protagonista sempre più assoluto e pervasivo delle tavole in ogni sua declinazione. Nello specifico, intendo il salmone affumicato, una prelibatezza che appare spesso nei menù delle feste, comodamente adagiato su tartine, canapé e vol-au-vent di ogni sorta. Selecta mi ha fatto provare il Loch Fyne, proveniente dalle lontane Highland occidentali e dai suoi impervi fiordi, una prelibatezza che fa la differenza già dal primo assaggio.
Salmone Loch Fyne

Affumicato su trucioli di quercia ricavati da botti di whisky di malto invecchiato (e già questo è tutto un programma), il Loch Fyne è un ottimo esempio di come un prodotto squisito sia anche perfettamente ecosostenibile. Gli allevamenti di salmoni, infatti, sono gestiti secondo tradizioni e regole che garantiscono la salvaguardia dell’ambiente e il benessere dei salmoni. Non per nulla nel 2014 si è aggiudicato il Queen’s Award, ricevendo l’onorificenza direttamente sua Maestà la regina Elisabetta.
E il sapore? Favoloso. Avendolo provato in vari modi (dalla sopracitata tartina alla delicata insalata, fino a farlo diventare il ripieno di uno strepitoso avocado burger) ne ho apprezzato la freschezza e la sapidità. Unico peccato? Che sia finito troppo presto!

La regal playlist e Libratone

Posted on 6 dicembre 2016 by in La Regal Assaggiatrice, MetalFood, Regali Eventi

libratone4Qualche tempo fa sono tornata a casa dopo una giornata travolgente, tosta, terribile.
Ho lanciato le scarpe attraverso la camera come se fossi un’atleta olimpica, aperto il frigo con abile mossa, stappato una birretta praticamente solo col potere dello sguardo, assaporato un lungo sorso e, sospirando, acceso un po’ di musica e mi son messa ai fornelli.
E voilà, è stata la svolta.

Da quel momento, in cui ho associato una “Supersonic” degli Oasis a un risotto con bourbon e speck, ho raffinato e arricchito questo regale rito, rendendolo molto liberatorio e necessario.
Sì, potete immaginarmi come una pseudo Bridget Jones che si sbraccia per casa armata di mestolo: dopotutto c’è chi in casa balla, c’è chi canta e chi, come me, s’approccia alla cucina con la delicatezza di Attila, consapevole di non esser osservata né giudicata da nessuno se non dalle pentole.

Da lì il passo è stato ancor più breve ed è nata una Regal Playlist, ovvero una sequenza di canzoni altamente folleggianti che non consentono ad anima viva dotata del minimo senso di ritmo di rimanere ferma.
E, soprattutto, è giunto il Libratone Zipp, che ha sostituito una cassa bluetooth dal suono mediocre e perennemente attaccata alla corrente.libratone2Il Libratone Zipp è uno speaker wireless ricaricabile (ha un’autonomia di 10-12 ore).

Esteticamente minimal e adorabile, è dotato di cover intercambiabili per adattarsi a ogni stato d’animo o arredamento (tipo che si abbina in modo eccellente al mio teschio-soprammobile).
La caratteristica che, ovviamente, mi ha più commossa è la qualità del suono: lo ZIPP è dotato di tecnologia acustica FullRoom™ e trasmette le onde sonore in tutte le direzioni della mia (piccolissima) casa. 

Grazie alla più che pratica maniglia è portatile, e ha trovato la sua collocazione naturale su una mensola o, ancor meglio, sopra al frigorifero (il centro nevralgico di casa mia).
Si comanda facilmente grazie a una ghiera touch presente sulla parte superiore e all’app proprietaria, con cui si può scegliere la modalità di connessione, Wi-Fi o Bluetooth. Mentre trovo quest’ultima perfetta per le playlist create sull’iPhone, il Wi-Fi è eccellente per accedere su Spotify, dove ho raccolto la delirante selezione musicale che accompagna i miei momenti in cucina:

 

Così ho abbinato un Reflektor degli Arcade Fire a un pollo thai col latte di cocco, una Breezeblocks degli Alt-J a dei zucchini noodles, David Bowie a un’insalata esotica, gli Interpol al brasato col vino rosso, i Kaiser Chiefs a una tagliata di pesce spada alla griglia, i Depeche Mode a litri di suadente cioccolata in tazza.
Se avete suggerimenti, integrazioni imprescindibili, consigli musicali che riescono nell’arduo compito di distendere i miei nervi mentre mi prodigo ai fornelli, son ben accetti.
Nel mentre ditemi che anche a voi, talvolta, capita la stessa cosa.

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