17 November 2017
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L’hamburger di mortadella del Welldone (Bologna)

Posted on 29 gennaio 2014 by in Bologna, Emilia Romagna, La sagra del carboidrato

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Città che vai, hamburger che trovi.

Se a Milano regna quello “gourmet”, dalle variazioni sofisticatissime (il foie gras!), a Bologna non puoi resistere a quello con la mortadella.

… Mortadella?!

Ok, andiamo per gradi.

In uno dei miei rilassanti sabato mattina bolognesi (una tradizione e necessità) ho notato un posticino molto invitante e, se devo dirlo, molto “alla milanese“: arredamento curato, immagine ben pensata, “brunch”, pancake e, soprattutto, gli onnipresenti hamburger. Si chiama Welldone.
Alla prima occasione ho ritenuto doveroso provarlo – dopotutto sto recensendo tutti i panini meneghini, mica posso farne sfuggire uno “di casa”.

Sulla tovaglietta-menù spiccava lui, il “Bolognese“, non tanto per il nome quanto per gli ingredienti: polpettone di mortadella “Oro” Bologna e parmigiano reggiano 24 mesi accompagnati da maionese, insalata e pomodori.
Come potevo resistere a questo delizioso e emilianissimo ripieno, garanzia di sapori decisi e ricchi?

Addentare un panino tra cui è custodita la mortadella tritata, resa polpetta e cotta al fine di farla diventare appena croccante è un’esperienza inconsueta e appagante: è il sapore che non ti aspetti.

Un altro suo pregio è il pane, su cui spesso sorgono dei problemi: questo era sottile al punto giusto e caldo, con i bordi friabili e gustosi. Io, che spesso lo lascio lì, l’ho terminato intingendolo nella salsa barbecue.

Aperto da pochi mesi, il Welldone ha due punti nel centro di Bologna e, quando ci sono stata io, era preso d’assalto (quindi prenotate o andate sul presto).

Soppalcato e con un piccolo cortile interno, grazie alla sua posizione e al menù che copre dalla colazione alla cena potrebbe diventare uno dei vostri posti preferiti per un’occasione informale, coccolosa e a buon prezzo.

Dove
Welldone
Via Caprarie 3C
Tel. 051 265722
o
Via Fioravanti 37C
Tel. 051 0284823
Bologna

Il filetto di Angus irlandese della Taverna del Farneto (Bologna)

Posted on 30 ottobre 2013 by in Bologna, Emilia Romagna, Secondi Piatti

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Io so poche cose con certezza ma vi assicuro che al 98% riguardano il sorprendente mondo del food e tutti i suoi collegamenti.

So cosa farò domani? No, ma probabilmente so cosa mangerò.
Conosco il mio destino? Macché, a parte l’incrociare tavole imbandite.

Se una veggente cercasse di vedere il mio futuro in una sfera di cristallo troverebbe una porchetta.

Eppure talvolta anche i nostri ristoranti preferiti sbagliano, hanno una serata storta, non brillano.
Tutti a parte La Taverna del Farneto che, in anni di frequentazione, non ha mai peccato.

Sono affezionata a questo ristorante che si disperde tra i calanchi degli Appennini bolognesi, collocato su una strada in una frazione della frazione della mia città d’origine.
Ho molti ricordi qui legati, sia per quanto riguarda il cibo sia per le occasioni – come l’averci festeggiato la cena di laurea – e tutti squisiti, avvolti in un’aura di magica nostalgia.

Dato che mancavo da qualche tempo ho deciso di tornarci e constatarne la sempre alta qualità, i menù dalle portate invitanti, il servizio solerte, gentile, preciso e simpatico, una carta dei vini che persino la sottoscritta riesce a riconoscere come interessante e un ambiente curato ma non tirato.
Perfetto per una serata tete-à-tete che non trabocchi nell’imbarazzo o per un pranzo famigliare.

La mia ultima infatuazione va al loro filetto di Angus irlandese, preparato così bene da far sospirare: una carne tenera, altissima, succosa all’interno e con una patina esterna leggermente abbrustolita (ma proprio appena appena). Si prende il coltello affilato e ci si sente provetti chef nell’affettarlo.
Servito su un piatto candido, con un filo di aceto balsamico e un crostino ancora caldo, faceva la sua splendida figura.

E poi, sapete la soddisfazione di andare in un ristorante di carne e non stare attenti al grammo? Nel senso: la maggior parte vi costringe a pesare il vostro appetito. 180, 250, 300 grammi? Personalmente, se è meno di 400 non è vero amore, e spesso vorrei prendere ciò che mi viene servito, correre in cucina, afferrare una bilancia e farmi giustizia, che va bene che il peso è a crudo ma io c’ho un certo occhio.
Ecco, quando scelgo la carne alla Taverna del Farneto non devo pensare a questi dettagli: mi godo tutta la squisitezza del filetto in tutta placidità (non si scherza sulla carnazza!).

A dire il vero questo ristorante non è specializzato solo in carne: si mangia anche dell’ottimo pesce, degli antipasti sublimi e dei dolci molto originali e scenografici.

Fabrizio Boccafogli – lo chef – ha saputo realizzare quello che personalmente considero un piccolo capolavoro, e mi ha dato una delle mie poche certezze, sulla tavola come nella vita.

Dove
La Taverna del Farneto
Via Jussi 188
San Lazzaro di Savena (Bologna)
Tel. 0516251236

La terribile caduta in disgrazia di Zanarini (Bologna)

Posted on 25 ottobre 2013 by in Bar, Bologna, Emilia Romagna

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(Alert! Questo post è pieno di aggettivi e iperboli che solo una drama queen come la sottoscritta potrebbe utilizzare a proposito di un bar. Prima di leggerlo si attivi la modalità “ironia” e si comprenda che i toni esagerati vengono utilizzati per stemperare l’atmosfera di profonda delusione che riempie il mio cuore a forma di dispensa)

Tristezza, mestizia, orrore e turbamento.
Sconquasso, terrore, A come Atrocità e doppia T come Terremoto e Tragggedia.
Stupore, tremore, incredulità e depressione.
Buttiamoci dentro anche tutti gli stadi del dolore, mezzo chilo di crudo, un quarto di mascella crollata inesorabilmente a terra e un sacchetto di sospiri, e otterrete tutto ciò che ho provato quando ho scoperto che…

… Zanarini ha cambiato gestione e non è più quello di una volta.

Voi non c’avete idea del turbamento provato nel momento in cui, tornata al mio bar preferito di sempre dopo diversi mesi d’assenza, l’ho trovato modificato nell’arredamento e nella qualità.
Mi è venuto un-attacco-di-panico.

Per spiegare tutto questo sentimentalismo permettetemi di raccontare qualche ricordo, che fungerà da suo epitaffio.

Zanarini era l’unico posto che mi spingeva a puntare una sveglia il Sabato mattina dopo una settimana di catastrofe e recarmi nel centro di Bologna. Era l’inizio di una giornata di ricarica.
Zanarini era il pensiero che mi spronava ad alzarmi presto mentre stavo scrivendo la tesi, una tappa fissa prima di recarmi in Sala Borsa a documentarmi e concentrarmi.
Zanarini era la certezza della giornata, col suo croissant salato che solo noi bolognesi sembriamo conoscere e apprezzare – e il cappuccino servito in una grande tazza, con la schiuma densa e la miscela di caffè perfetta.
Da Zanarini ho fatto aperitivi, colazioni, preso caffè con amici di passaggio e torte tenerine nei momenti di massimo bisogno; mi sono beata tra le crostatine alle fragole e i biscotti sablé, soufflé al cioccolato e créme; mi sono rilassata ai tavolini in piazza e bevuto the pregiati al piano superiore, saccheggiato tartine con mousse prelibate e sorseggiato Rossini.

Bene, la nuova gestione ha cambiato il meraviglioso bancone e le vetrine della pasticceria, riposizionato la cassa nel punto più scomodo di sempre e modificato il menù totalmente.

Vi assicuro che quando mi hanno dato il croissant sul piattino ho capito a vista che era diverso: addio patina burrosa! Addio croccantezza! Addio minuscoli grani di sale sulla superficie! Benvenute stopposità e insipidità, pesantezza e insoddisfazione!

E il cappuccino.
Il cappuccino!
Una tazza grande la metà della precedente senza più la Z impressa, con un contenuto che non giustifica più il costo alto (€ 1,60!).

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Gli ho dato due possibilità ma no, no, è tutto finito.

L’ultima onta è il vedere la scritta “Zanarini by Antoniazzi” all’entrata.
Chi siete voi? Da dove venite? Perché avete commesso questo scempio? Dove avete messo il bellissimo bancone semicircolare? Perché avete reso anonimo – con un arredamento pseudo minimal – un tempio sacro? Dove avete messo le tazze lineari ed eleganti? E soprattutto: CHE FINE HA FATTO IL CROISSANT SALATO?

Uscitelo! Resuscitatelo!
Se mi diceste che per anni ho mangiato un cornetto surgelato della peggior marca (cosa che escludo) ne sarei comunque sollevata, pur di riaverlo!

Quindi il mio destino è questo?
Tramandare al mondo la storia di “quando Zanarini era un paradiso a Bologna“?
Lo farò.

Intanto consigliatemi qualche altro posto, che così non posso andare avanti.

p.s. Se volete leggere cosa ne scrivevo quando era ancora un posto meraviglioso, eccolo qua.

I bigné con formaggio e tartufo de Al Gallo (Ravenna)

Posted on 2 ottobre 2013 by in Antipasti, Emilia Romagna, Ravenna

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Alla BlogFest non ho mangiato solo piadine. Pare incredibile ma vi assicuro che è andata proprio così: il mio weekend è iniziato il Venerdì sera con una visita alla rinomata Antica Trattoria Al Gallo 1909 di Ravenna dove ho assaggiato un piatto così squisito da:

A) eliminare i pensieri di una settimana intensa;
B) scacciare la stanchezza di una settimana caratterizzata da poche ore di sonno;
C) cancellare lo stress alla prima forchettata;
D) risvegliare le papille assopite.

Voi c’avrete delle medicine per fare tutto questo? Ecco, io sono ricorsa al bignè con formaggio fuso e tartufo.
Chiamerei questo fenomeno “gastropatia”, “cura del cibo” o “il rimedio della nonna” ma non renderei l’idea (e direi inesattezze): voi però avete capito cosa intendo, giusto?

Ecco.
Prima sorpresa: i due bignè erano fatti di uovo e formaggio ed erano morbidi come soufflé! Me li immaginavo croccanti, ma molto meglio così: non avrebbero assorbito il formaggio fuso colato in abbondanza e in cui erano immerse le lamelle di tartufo profumato.

Ogni boccone ha provocato una ola nelle mie sinapsi, che si riaccorgevano di esistere e hanno ordinato alla mia mano di afferrare la forchetta e non sprecare la minima goccia di formaggio, o il più piccolo frammento di tartufo.

Gli occhi gioivano altrettanto: il ristorante è contraddistinto da un’eleganza delicata, che ti fa sentire perfettamente a casa, con arredi ricercati e una lunga fila di fotografie dei diversi vip che vi hanno mangiato. Vi consiglio una visita al piano superiore dove, oltre al bagno, troverete stanze sofisticate, porte con vetri colorati, molti richiami al liberty e alla cultura ravennate.

Oltre a questi bignè il menù offre proposte molto interessanti che attingono a piene mani dai sapori locali: volete per caso farvi mancare lo squacquerone con fichi caramellati come dolce?

Ecco, magari questo ve lo racconto la prossima volta.

Dove
Antica Trattoria Al Gallo 1909
Via Maggiore 87
Ravenna
Tel. 0544.213775

La piadina de La Casina del Bosco (Rimini)

Posted on 30 settembre 2013 by in Emilia Romagna, La sagra del carboidrato, Regali Eventi, Rimini

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La scena è ambientata al bagno 26, Rimini.
L’occasione è la BlogFest 2013.
I protagonisti sono la qui presente – conosciuta anche come “Sterminatrice di piadine” – la fida Cristina e Chef Rubio.

Sì, ho scritto “Chef Rubio“.
Eh, alla BlogFest c’era pure lui.
Lo so, il karma mi vuole bene.

Comunque.
Io e Cristina ci avviciniamo per una foto e, in uno slancio, gli confido: “Io c’ho un approccio al cibo come te“.
E lui: “Viscerale“.
E io: “Esatto. E la mia amica Cristina lo può confermare“.
E lui: “Vai sempre a svuotarle il frigo“.
Insomma, sei secondi e ci siamo capiti. Perfetto.

Tutto questo preambolo per dire che anche alla BlogFest ho mangiato un pochetto al grido di “Del doman non v’é certezza“, e che almeno per un mese non voglio più vedere delle piadine.

Sabato sera sono stata a La Casina del Bosco, una delle piadinerie più frequentate di Rimini – c’era una fila incredibile, il trovar posto al volo è stato solo merito del karma sopracitato – e ho assaggiato probabilmente la piada più strana del menù: prosciutto crudo, parmigiano a scaglie e marmellata di fichi.

Non so bene per quale motivo ma in questo weekend romagnolo mi é presa l’ossessione per i fichi, gustati in qualsiasi modo e preparazione.
Con la piadina erano una vera soddisfazione: la contrapposizione tra salato e dolce è uno dei leitmotiv delle mie preferenze gastronomiche degli ultimi mesi, e ho molto apprezzato come il prosciutto crudo venisse stemperato dalla confettura, che già si sposava in modo incantevole col formaggio. Come i miei commensali hanno fatto notare, si tratta di una piadina complessa che può stancare dopo i primi morsi ma, se siete come me (avete capito cosa intendo), giungerete fino alla fine senza particolar patema.
La piadina riminese, inoltre, è sottile e croccante: più si va verso il sud della Romagna e più lo diventa, fino a versioni sfogliate come la crescia urbinate. Io la preferisco così, ma nel weekend ci sono stati dibattiti assai accesi.

Unica controindicazione: per le successive tre ore avrete una sete che vorreste prosciugare una fonte intera, ma sono certa che non vi spaventerà.

E ora mi chiedo: perché non propormi come una nuova chef RubiA e andare in giro ad assaggiare cibi locali?
… Ah già: perché non so cucinare.
Dimenticavo.

Dove
La Casina del Bosco
Viale Antonio Beccadelli 15
Rimini
Tel. 0541 56295

Il gnocco al forno di Benassi (Correggio)

Posted on 18 marzo 2013 by in Emilia Romagna, La sagra del carboidrato

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Io non sono una grande sportiva.

Credo di aver esaurito tutte le energie da piccola quando, tra i molti, ho praticato danza (20 centimetri in meno e c’avrei avuto un futuro nella classica), pattinaggio artistico, ginnastica ritmica, un po’ di equitazione, pallanuoto, nuoto, kendo e tennis. I “punti sport” sono stati così prosciugati.
Negli anni mi sono specializzata in altre discipline di tutto rispetto, tra cui “apertura frigorifero”, “salto in alto per raggiungere gli scaffali più alti”, “maratona di cotoletta alla bolognese” e “sollevamento buste della spesa”.

Capirete quindi il trauma quando il Sabato mattina prima della mitica sagra del cicciolo domenicale mi son infilata pantaloni della tuta, maglietta, maglione, sciarpa, ho allacciato le scarpe da tennis e sono andata a correre con la Santa Protettrice dei Fruttivendoli e il Commendatore del Calcio su una pista da atletica in quel di Correggio.
In due parole? La morte: ho compiuto un giro e poi tutto il mio corpo ha iniziato a inviarmi segnali chiari, tipo “Ma che ti è venuto in mente?“, ma ho continuato a camminare sulla pista, ho fatto gli addominali e scalato i “gradoni” soltanto perché mi era stato promesso che dopo avrei assaggiato una delle delizie dell’Emilia: il celeberrimo gnocco al forno di Benassi. E così è stato.

Io e la sopracitata Seguace delle Verdure siamo entrate e abbiamo atteso che venisse sfornato – dato che va letteralmente a ruba -, anche per apprezzarlo al suo meglio. Attendendo ho guardato gli attestati di qualità appesi alle pareti e un grande poster con una poesia dedicata proprio a quella specialità. Insomma, inizio a credere che le lodi siano meritate.
Il fornaio ce ne ha tagliato un grande pezzo, siamo uscite sotto i portici e subito ne ho strappato un assaggio.

Non vi dico la sorpresa, la meraviglia, lo stupore totale perché tutto mi aspettavo meno che qualcosa di così semplice, delizioso e unico.

Ha l’aspetto di una focaccia alta tre dita, ma è tutt’altro.
La crosta è sottilissima e croccante, friabile e profumata come quella del pane; racchiude una mollica morbida ma compatta, che si sfilaccia quando la si tira, e che lascia intuire la presenza di un qualche ingrediente segreto di inaudita leggerezza (lardo? Strutto? Qualcosa di simile?) che la rende squisita.
Ha un sapore che sa di genuinità, di casa, di Emilia, e con queste caratteristiche rappresenta qualcosa di totalmente diverso da tutto ciò che compone il magico mondo della panetteria.

Lo shock, insomma.
Come ho fatto a vivere ventotto anni senza il gnocco al forno di Benassi?
E perché gli studenti di Correggio e zone limitrofe hanno potuto e possono beneficiare della merenda a base di questa meraviglia e noi, di Bologna & co., no? Va bene che noi abbiamo Pollacci, ma mi pare comunque ingiusto!

Incamminandoci verso casa abbiamo continuato a mangiarlo senza stancarci, ma ben presto Cri ha dovuto lasciare la busta alla famelica sottoscritta: sembrava non mangiassi da due settimane mentre, in realtà, ero estasiata.

Quindi posso dirlo: svegliarmi presto, correre, scalare, camminare, mettere in moto gli addominali è stato arduo ma ne è valsa assolutamente la pena.
Se passate per il reggiano dovete farci un salto. Guardatemi negli occhi, che sono seria: dovete.

Dove
Forno Benassi
Via Santa Maria 7
Correggio (Reggio Emilia)
Tel. 0522692676

Le cronache della sagra del cicciolo

Posted on 13 marzo 2013 by in Emilia Romagna, Regali Eventi

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 (composit di Rosita_mapi. Io ero troppo impegnata a correre tra i ciccioli, in preda alla follia, per ricordarmi di scattare)

Non vorrei mai pensaste che la sagra del cicciolo mi abbia messa fuori gioco.

Ah no!
Spavalda come poche mi ergerei su una sedia, scuotendo la testa per scostare i capelli dal viso, e scoppierei in una sonora risata, senonché…

… ecco, uso il condizionale perché mi ritrovo a casa con un piede ingessato.
Lasciamo perdere il come (un piccolo incidente), il quando (sabato) e il quanto dovrò rimanere così (un pochino, non tanto), nonché tutte le allegre situazioni che costellano la vicenda (dal radiologo che mi prende per straniera ai paramedici che mi portano giù per le scale di casa con una sedia cingolata), io son qua per raccontarvi della meravigliosa festa di San Martino di Rio!

Innanzitutto devo confessarvi che già nella prima frase ho mentito spudoratamente.
Ci sono persone che possono testimoniare che, dopo aver mangiato porchetta, ciccioli e salumi tutto il dì, ho pronunciato le parole “Basta, devo fare una settimana da vegetariana“.
Io, proprio io, sono stata sconfitta dal divin porco.

Sapete quando bevete troppo e il giorno dopo siete in hangover (che si sappia: a una colazione con Micaela ho detto “hangout”. Non ero ancora guarita)? Ecco, ho passato i giorni successivi nella stessa condizione, a causa del cibo.

Vi racconto dal principio.

Domenica 2 Marzo io e un gruppo di intrepidi amici ci siamo incamminati da Correggio a San Martino di Rio, percorrendo qualche chilometro a piedi tra la campagna emiliana per esser pronti a tutto.
Giunti sul posto abbiamo raggiunto gli altri avventori e, formato tal bel gruppo, ci siamo avviati verso la rocca, totalmente circondata da paioli dove 120 norcini stavano buttando i primi pezzi di maiale, tagliati grossolanamente, per lasciarli sciogliere e cuocere lentamente. Il “Cicciolo in Piasa” è infatti una competizione in cui tutti i maggiori esperti si sfidano per produrre il migliore, divisi per categorie a seconda dell’alimentazione del paiolo (gas o legna).

Nell’aria si iniziava a sentire un certo sentore e noi, giusto per attendere, ci siamo lanciati sui borlenghi con la scusa del “Non li conoscete? Dovete assaggiarli!” e sul gnocco fritto (e qua non c’era alcuna scusa, se non la golosità), abbondantemente accompagnati da una birra chiara artigianale.
Aggiungete del bel sole, un prato, e immaginerete come alzarsi sia stato arduo… ma i ciccioli aspettavano, la sagra stava entrando nel vivo, bisognava assistere al miracolo emiliano!

Ai banchi si vendevano sacchetti di ciccioli preparati il giorno prima, agli stand altre specialità come erbazzone e porchetta, e noi ci aggiravamo tra nubi provenienti dai calderoni, iniziando a percepire le vene che, per ribellarsi, iniziavano a ritirarsi.

Poi, a una certa ora, il momento della trasformazione da massa informe in ebollizione a “torta”: il composto veniva preso e pressato in forme tonde dall’altezza di circa 3 centimetri, intramezzato da dischi di metallo, per renderlo il più compatto possibile. Nel mentre erano sopraggiunte decine di persone per il momento clou, ovvero la distribuzione di tali ciccioli appena fatti: improvvisamente i novantenni diventavano più veloci di Flash e tu, giovane e inesperta, dovevi far attenzione e combattere per conquistare il tuo assaggio!

Di certo non poteva mancare una visita finale tra gli espositori gastronomici – da un parmigiano squisito al baccalà -, cercando di non barcollare troppo per il cibo, e in quel momento è accaduto il miracolo, l’imprevisto, il “Non può essere vero“: ho comprato due chili di mele. Ero così provata che ho dovuto.

Non guardatemi così, è stato più forte di me! Il cicciolo non perdona, ve l’ho detto!

E così, carichi di colesterolo in diverse forme, abbiamo lasciato la festa e la sua lunga continuazione.
Tre anni di attesa, tre, prima di trovare il weekend giusto per andarci, e l’attesa è stata pienamente ricompensata.

Vi chiederete: “Siete tornati a piedi, come all’andata?“. Assolutamente no: rotolare fino a Correggio sarebbe stato improbabile.

Bollettino di guerra post sagra del cicciolo

Posted on 4 marzo 2013 by in Emilia Romagna, Regali Eventi

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Vorrei raccontarvi del weekend appena trascorso, e descrivervi con dovizia di dettagli tutte le bontà gustate, i luoghi visitati, gli amici incontrati.

Vorrei.
Però c’è un piccolo problema: c’ho le arterie così piene di ciccioli che l’ossigeno fatica ad arrivare al cervello, impedendomi le più profonde riflessioni e disquisizioni.

Sono stata a San Martino di Rio alla sagra “Ciccioli in Piasa“, detta anche “Le terme del colesterolo“.
Erano tre anni – e ripeto: tre! – che attendevo questo momento: come potevo mancare, non provare questo tripudio assai insano di cucina emiliana, codesto raduno di 120 norcini che si sfidano per la realizzazione del miglior cicciolo?

La morale?
Il divin porco ha vinto. 
Sono stata sconfitta da codesto concentrato di cibo: gnocco fritto, gnocco al forno, tigelle, salumi a volontà, risotto, polenta fritta, polenta con ragù, polenta con cinghiale, polenta con funghi, e ancora ossobuco, panini con la porchetta, borlenghi, birra artigianale e, ovviamente, ciccioli, in ordine assai sparso.

Nulla è valso il correre il Sabato mattina.
Ancor meno il camminar un po’ di chilometri fino alla suddetta sagra.
Ho la mente confusa e ottenebrata dal colesterolo.
Ho pure comprato un paio di chili di mele per riprendermi.

Insomma, lasciatemi un paio di giorni: tornerò e vi racconterò meglio.

Il riso yaki meshi del Mizuumi (Bologna)

Posted on 23 gennaio 2013 by in Bologna, Emilia Romagna, Etnicità diffusa, Primi Piatti

Ho una terribile confessione da farvi: quando si tratta di primi piatti, per me il riso batte la pasta su tutta la linea.
Eh sì! alcuni di voi avranno spalancato gli occhi per l’orrore, e forse altri staranno annuendo compiaciuti.
Sia chiaro che talvolta un bel piatto di spaghetti, rigatoni, farfalle o gramigna è imprescindibile, ma di fronte alla scelta io tendo verso il riso in ogni sua forma, preparazione o etnia, parola non casuale dato che oggi vi consiglierò lo yaki meshi del ristorante fusion Mizuumi, a San Lazzaro di Savena (Bologna).

L’ho provato più volte negli ultimi tempi, durante esilaranti cene con amiche, parentado o portato a casa con un comodissimo take away, ed è stata una gustosa scoperta.

Si tratta di un riso saltato con verdure e gamberetti avvolto in una sottile frittata d’uovo cosparsa da un filo di salsa di soia dolce e densa. Sembra insomma un enorme involtino che si taglia con una bacchetta: come il miglior toreador infilzate la frittata per romperla e liberare l’ottimo contenuto, su cui scivolerà la salsa agrodolce, che regalerà un ulteriore tocco di sapore.

Gamberetti e verdure sono presenti in abbondante quantità, saltati precedentemente in wok per renderli saporiti e raggiunti poco dopo dal riso bianco, cotto all’orientale (non immaginate quindi i chicchi ben separati: in Giappone il riso è quasi sempre un po’ colloso, altrimenti con le bacchette sarebbe un delirio).

Ammetto anche che negli ultimi tempi ho molto rivalutato il Mizuumi, che conoscevo da decenni per la cucina cinese, e guardavo con sospetto l’introduzione di specialità thai e jap. Ecco, mi sono fortemente ricreduta: non solo lo Yaki Meshi, ma anche uramaki, pollo in curry e latte di cocco, i raviolini sono notevoli.

Infine, vogliamo parlare dell’aspetto adorabile di questo piatto? Con la girandola di salsa in cima è quasi un peccato attaccarlo (ma noi siamo persone di pochi scrupoli, vero?!).

Dove
Mizuumi
via Emilia 169/C
San Lazzaro di Savena (Bologna)
Tel. 051/ 454945

I tortellini di Tortellino (Bologna)

Posted on 7 gennaio 2013 by in Bologna, Emilia Romagna, Primi Piatti

Ormai avrete capito che una delle mie caratteristiche principali è quella di saltellare tra le varie città d’Italia (o del mondo, se ho molta fortuna) ogni qualvolta ne abbia l’opportunità. Certo, i treni mi stressano tantissimo – tra ritardi e viaggiatori indisciplinati – e gli aerei mi distruggono con la loro aria condizionata, ma sono piccoli prezzi da pagare per avere il privilegio di viaggiare e scoprire. Quando poi, giunta alla meta, mi imbatto in qualcosa di memorabile da mangiare il mio gaudio aumenta esponenzialmente.

Inoltre avrete dedotto che, sebbene abiti a Milano, ogni viaggio intrapreso verso Bologna, mia città natia, è fonte di distensione per i nervi e certezze gastronomiche, sia perché ho molti porti sicuri sia perché le persone che mi circondano sono buone forchette degne di fiducia.
Mi pare quindi doveroso dedicare il primo post dell’anno alla mia terra e a uno dei suoi trionfi: il tortellino.

Molti di voi alla vigilia di Natale avranno solamente cenato e si saranno tenuti leggeri a pranzo, ma il mio concetto di “leggerezza” è così soggettivo da portarmi presso un nuovo locale del centro di Bologna, guidata dal prode Andrea (che già mi aveva accompagnata presso Bolpetta), e farmi assaggiare una cup di tortellini alla panna.

Avete letto bene: una cup di tortellini.

Siamo stati da Tortellino, vicino a porta Nuova, posticino nel centro del centro di Bologna che propone pasta fresca take away.
Se siete fan di Pret à manger o simili, Tortellino vi piacerà.
Il concetto è curioso: replicare la dinamica dell’asporto con piatti della tradizione emiliana, dai tortellini ai tortelloni, dai passatelli alle lasagne, serviti in cup con coperchio di plastica e da mangiare in loco (ci sono un paio di tavoli e diversi sgabelli) o, appunto, da portare via.
E’ possibile assaggiare anche dei secondi (come delle scaloppine), ma a mio parere la pasta merita più attenzione.


L’aspetto interessante? L’alta qualità dei prodotti.
I tortellini erano come devono essere (altro che pasta confezionata del supermercato!), preparati artigianalmente e il brodo viene fatto ogni santo giorno ex novo; i miei erano piccoli (si dice che più lo sono più sono prestigiosi) e con un ripieno gustoso in cui le carni e i formaggi erano dosati con ottimo equilibrio. Perché non li ho presi al brodo? Purtroppo non era ancora pronto, ma ritenterò.

Visto che molte persone in visita a Bologna mi chiedono dove andare a pranzare e assaggiare specialità locali, io ve lo consiglio: veloce, buono, una novità nel panorama locale, dal prezzo giusto, in centro.

La prossima volta ci porto anche mia nonna, e voglio proprio vedere la sua faccia quando le serviranno i tortellini nel bicchierone. Già rido.

Dove
Tortellino
Via Cesare Battisti 17/A
Bologna
Tel. 051 9911886